Ilva di Taranto, condanna della Corte europea di Strasburgo. Greco (Lumsa): “Potrebbe avere implicazioni sulle altre iniziative giudiziarie “

“La Corte non può che constatare il protrarsi di una situazione d’inquinamento ambientale che mette in pericolo la salute dei ricorrenti e, più in generale, quella dell’insieme della popolazione residente nelle zone a rischio”, mentre “le autorità nazionali hanno omesso di prendere tutte le misure necessarie per assicurare la protezione effettiva del diritto degli interessati al rispetto della loro vita personale”. Di questa importante decisione parliamo con Roberta Greco, docente di diritto internazionale presso l’università Lumsa di Roma, nonché uno dei legali dei 180 cittadini di Taranto e dintorni che hanno presentato i ricorsi su cui la Corte europea si è pronunciata

La Corte europea di Strasburgo ha condannato lo Stato italiano per la violazione di due articoli della Convenzione europea dei diritti umani nella gestione del caso dell’Ilva di Taranto. “La Corte – si legge nella sentenza – non può che constatare il protrarsi di una situazione d’inquinamento ambientale che mette in pericolo la salute dei ricorrenti e, più in generale, quella dell’insieme della popolazione residente nelle zone a rischio”, mentre “le autorità nazionali hanno omesso di prendere tutte le misure necessarie per assicurare la protezione effettiva del diritto degli interessati al rispetto della loro vita personale”. Di questa importante decisione parliamo con Roberta Greco, docente di diritto internazionale presso l’università Lumsa di Roma, nonché uno dei legali dei 180 cittadini di Taranto e dintorni che hanno presentato i ricorsi su cui la Corte europea si è pronunciata.

Lei ha espresso soddisfazione per la sentenza, ma una soddisfazione non piena. Che cosa ha accolto, la Corte di Strasburgo, e che cosa invece ha respinto?
La Corte ha accertato la violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani a causa dell’impatto dell’inquinamento sulla salute e sulla vita privata delle persone. Ha anche accertato la violazione dell’articolo 18 sul diritto a un rimedio effettivo e questo per una serie di motivi tra cui l’immunità penale e amministrativa che è stata concessa prima al commissario dell’Ilva e poi agli attuali gestori. Non ha accolto, invece, la richiesta di un equo indennizzo per i danni subiti ritenendo che a questo fine fosse sufficiente la sentenza stessa.

Ora che cosa succede? Le sentenza fa riferimento al ruolo del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa.
Il Comitato ha proprio il compito di monitorare l’esecuzione delle sentenze della Corte europea e indicare allo Stato in questione le misure tecniche che dovranno essere assunte per ottemperare alle decisioni della Corte.

E questo, sulla base dell’esperienza, avviene concretamente?

Sono rarissimi i casi in cui uno Stato non dà esecuzione a una sentenza della Corte europea.

In questi casi, comunque, scatta una procedura per inadempimento che prevede sanzioni anche se non di tipo economico.

La sentenza di cui stiamo parlando afferma che il piano con le misure necessarie ad assicurare la protezione ambientale e sanitaria della popolazione dovrà essere attuato “nel più breve tempo possibile”. E’ una sottolineatura che vi soddisfa?
Diciamo che non ci soddisfa pienamente perché è un po’ vaga. La Corte non ha accolto la richiesta di un blocco-pilota e di un termine preciso. Ma forse era il massimo che si poteva ottenere. Noi comunque continueremo ad agire a livello interno.

La decisione della Corte europea avrà delle ripercussioni sul processo “Ambiente svenduto” in corso presso la Corte d’assise di Taranto?
Non direttamente.

Le sentenze della Corte europea, infatti, non hanno efficacia diretta nell’ordinamento interno, non possono annullare una norma nazionale, è lo Stato che deve provvedere adeguandosi.

A mio avviso, tuttavia, la sentenza sull’Ilva potrebbe avere implicazioni sulle altre iniziative giudiziarie che abbiamo intrapreso. Mi riferisco in particolare al ricorso al Consiglio di Stato contro la posticipazione al 2023, dopo una lunga serie di rinvii, dal termine entro cui l’Ilva deve completare l’adeguamento ai criteri previsti per continuare a produrre. Un termine evidentemente non in linea con i contenuti della sentenza della Corte europea. Nello stesso ricorso abbiamo anche contestato la violazione del diritto di accesso alla giustizia in relazione all’immunità che ho citato in precedenza e chiediamo che in entrambi i casi venga sollevata una questione di legittimità costituzionale davanti alla Consulta.

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