This content is available in English

Katainen il “rigorista” si confida: “2019 anno cruciale, difendere l’Ue”

Il commissario finlandese che si occupa di lavoro e competività illustra i risultati del Piano Juncker e del Fondo europeo per gli investimenti strategici. "Creati 750mila posti, sostenute centinaia di migliaia di imprese". Ma non rinuncia a uno sguardo sulle sfide interne ("valori e democrazia") ed esterne che riguardano il vecchio continente. I timori per una guerra commerciale legata al protezionsimo di Trump

Di solito preferisce esprimersi con l’essenzialità dei numeri. Ma questa volta si lascia andare e, senza trascurare i “dati di fatto” e la “concretezza delle cifre”, fa trasparire il suo pensiero sull’Europa del 2019. “Dobbiamo difendere l’Unione, che è fondata su democrazia e valori condivisi. In questo senso quello in corso sarà un anno cruciale”. Così Jyrki Katainen, finlandese, classe 1971, già premier nel suo Paese e ora vicepresidente della Commissione, fama da interprete della “linea del rigore” nell’Eurozona, ragiona ad ampio raggio. Dovrebbe esporre i risultati del Fondo europeo per gli investimenti strategici (Feis, strumento operativo del più noto Piano Juncker, dal nome del presidente della Commissione), ma non disdegna di far decollare la sua visione politica.

Katainen, che era già stato commissario europeo agli affari econiomici e monetari nel secondo esecutivo Barroso, ora ricopre il portafoglio che si occupa di lavoro, crescita, investimenti e competitività. Lo sguardo va all’economia: “gli scenari sono complessi, e c’è il rischio di una nuova guerra commerciale” innescata dal protezionismo degli Stati Uniti di Trump” e dall’invadenza dei prodotti cinesi. Poi cambia discorso: “l’Ue ha problemi interni ed esterni”. Sembrano i primi quelli che lo preoccupano maggiormente. “Se l’Unione è una comunità di valori, tutti li devono condividere e rispettare”: e cita Polonia, Ungheria e Romania, sui quali Commissioni ed Europarlamento hanno posato gli occhi a tutela dello stato di diritto e delle regole democratiche, secondo molti offese dai governi in carica.

Sul fronte internazionale, oltre ai citati nodi economici e commerciali, lo preoccupano i fronti caldi del mondo, con tensioni e guerre, a partire – dice – da quello fra Russia e Ucraina, alle porte dell’Unione europea. Il 2019 “sarà un anno importante. Occorre agire a livello nazionale e comunitario per tutelare i cittadini e i loro diritti”. Ma si comprende che è sui governi dei Paesi membri che si concentra la sua osservazione. Quei governi che scaricano sull’Ue le loro responsabilità, le competenze, le mancate riforme.

Finalmente Katainen si volge al tema che lo ha portato nella sala stampa del Palazzo Berlaymont, sede della Commissione. Il Piano Juncker, spiega, “procede con buoni risultati”. Pensato per stimolare gli investimenti nell’economia post-crisi, il Piano ha finora generato 371 miliardi di investimenti complessivi, comprendendo 69,5 miliardi provenienti dall’Ue e altri – la maggior parte – suscitati con una leva moltiplicatrice: Stati membri, enti locali e patrimoni “privati” (grandi società, piccole e medie imprese…) co-finanziano iniziative nel settore della ricerca e dell’innovazione (22%), in ambito energetico (19%), sviluppo digitale 11%, trasporti (7%). E ancora, infrastrutture sociali, ambiente, sviluppo territoriale, sostegno alle Pmi (la cifra più consistente, pari al 33% degli investimenti realizzati).

Il Feis è, in parole povere, una garanzia basata sul bilancio dell’Ue “che – spiega una nota della Commissione – fornisce alla Banca europei degli investimenti, Bei, una prima protezione dalle perdite. Ciò significa che il gruppo Bei è in grado di fornire finanziamenti a progetti a più alto rischio rispetto a quanto farebbe normalmente”. Un comitato indipendente per gli investimenti “decide in base a criteri rigorosi se un progetto è ammissibile al sostegno del Feis”. Non vi sono quote per settore o per Paese: il finanziamento è solamente in funzione della domanda e della bontà del progetto avanzato.

Secondo Katainen, “abbiamo contribuito a uscire dalla crisi, e oggi abbiamo, con il 6,7%, la disoccupazione più bassa nell’Ue dal 2008. Con il Feis e le iniziative correlate sono stati creati 750mila posti di lavoro e di questi fondi hanno beneficiato 850mila piccole e medie imprese”. Stando alle previsioni del politico finlandese, gli investimenti suscitati dal Piano Juncker saliranno a 500 miliardi entro il 2020.

Cifre da capogiro. “Certo – spiega il commissario –, ma soprattutto dobbiamo pensare alla concretezza di tale strumento, perché quando un’impresa riparte di slancio o una persona trova lavoro… la vita cambia in meglio”. Non tralascia, sollecitato dal cronista, qualche esempio: “In Spagna abbiamo sostenuto con 85 milioni di euro il progetto di una impresa che ha creato 200 posti di lavoro, ampia parte dei quali riservati alle persone con disabilità. In Croazia 30 milioni hanno consentito di approfondire la ricerca ingegneristica sull’auto elettrica. In Francia altri 30 milioni hanno permesso di proseguire una ricerca biomedica sul cuore artificiale”.

E in Italia? Sono un’ottantina i progetti sostenuti dalla Bei mediante il Feis, per oltre 7 miliardi totali di investimenti. Si va dall’ospedale di Treviso (futura cittadella della salute), a Dolomiti Energia (distribuzione elettricità e gas), dalla banda larga di Telecom Italia della quale beneficeranno 7 milioni di famiglie, ai “contatori intelligenti” di Italgas. Quali Paesi hanno beneficiato maggiormente del Piano Juncker? Katainen non si fa sorprendere e recita l’elenco: «Grecia al primo posto. Quindi Estonia, Portogallo, Spagna, Lituania, Lettonia, Bulgaria, Finlandia, Polonia. E al decimo posto l’Italia”.

Altri articoli in Europa

Europa