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Regno Unito lacerato dopo il Brexit. Gli inglesi si interrogano sul divorzio – hard o soft – dall’Ue

Il referendum del 23 giugno non ha certo risolto tutti i problemi. Il governo di Theresa May ora deve negoziare l'uscita dall'Unione europea, ma i giochi non sono affatto scontati. Quale il futuro dell'economia nazionale? Restare nel mercato unico o uscirne? E i lavoratori stranieri? Cosa accadrà alla City? Intanto i partiti si dividono al loro interno. Il parere di quattro esperti

Non c’è più solo il mare a dividere il Regno Unito dal continente europeo. Dopo il referendum sul Brexit sta crescendo un muro, di incomprensioni e ripicche anziché di mattoni, tra Londra e Ue. Il governo conservatore guidato da Theresa May pensa di limitare l’ingresso dei cittadini comunitari; la ministra degli interni Amber Rudd chiede gli elenchi di studenti e lavoratori presenti nel Paese, tanto da essere accusata dai laburisti di voler stilare “liste di proscrizione”. Nonostante successive “sfumature” dal numero 10 di Downing Street, la posizione britannica preoccupa l’Ue: dalla Germania, infatti, replica – facendosi portavoce degli interessi europei – la cancelliera tedesca Angela Merkel, confermando, giovedì 6 ottobre, che per far parte del mercato unico occorre garantire la libera circolazione dei lavoratori, oltre a quella delle merci e dei capitali.

 

Manca una unità di intenti. All’interno del Regno Unito – dove lo scorso 23 giugno l’elettorato si era espresso di stretta misura per il divorzio dall’Unione europea – non sembra emergere una unità di intenti. Il Paese risulta diviso nelle modalità e nei tempi per l’uscita dall’Unione. I partiti al loro interno sono lacerati, a cominciare dai Tories, che con David Cameron avevano vinto le elezioni politiche nel 2015 promettendo il referendum: Cameron si era poi schierato per restare nell’Ue, perdendo la battaglia e infine dimettendosi. Lacerazioni interne si contano anche tra i laburisti e persino il partito indipendentista Ukip, vero vincitore sul Brexit, appare spaccato in più fazioni: dopo le dimissioni del leader storico Nigel Farage, aveva assunto le redini del movimento Diane James, dimessasi 18 giorni dopo l’elezione. Questa settimana a Strasburgo (dove era in corso la plenaria del Parlamento europeo) una riunione dell’Ukip è finita a brutte parole e l’eurodeputato Steven Woolfe, tra i candidati alla guida degli indipendentisti, dopo essere venuto alle mani con un collega, ha rimediato un malore collassando a terra, tanto da dover essere portato all’ospedale.

 

Partiti divisi e spiazzati. “I prossimi due anni saranno molto difficili, ma il Parlamento britannico deve rispettare la volontà popolare espressa in quello che è soltanto il terzo referendum della nostra storia”, spiega Ivor Roberts, presidente del Trinity College di Oxford, ex diplomatico britannico.

“La scena di Westminster, in questo momento, presenta problemi altrettanto gravi di quelle di Bruxelles o Strasburgo”.

“Il partito laburista è distrutto in Scozia e in bilico per la sua sopravvivenza in Inghilterra e Galles per colpa di un leader”, Jeremy Corbyn, “che la maggior parte dei suoi stessi colleghi di partito non ritiene eleggibile come primo ministro”. Per Roberts, inoltre, “il partito Ukip, nato per portare la Gran Bretagna fuori dall’Europa, non ha più ragione di essere”. Quanto alla leader del partito nazionalista scozzese Snp, Nicola Sturgeon, che minaccia un secondo referendum per staccare la Scozia che ha votato per rimanere in Europa, l’ex ambasciatore britannico pensa che “rischia di fare il passo più lungo della gamba perché gli scozzesi voteranno ancora per rimanere parte del Regno Unito”. E i liberaldemocratici? “Sono da sempre a favore dell’Europa e contro il Brexit, una posizione molto difficile da mantenere in questo momento”.

 

La Scozia non ci sta. Un secondo referendum per chiedere la separazione della Scozia dal Regno Unito, verso la fine del 2017, è invece molto probabile secondo Ronnie Convery, portavoce dell’arcivescovo cattolico di Glasgow Philip Tartaglia, perché due scozzesi su tre hanno votato per rimanere nell’Unione europea. “Gli scozzesi sono culturalmente e politicamente molto diversi dagli inglesi”, spiega Convery. “Non si sentono legati all’impero britannico, che è ancora vivo nella memoria degli inglesi, né pensano al fatto di aver vinto la seconda guerra mondiale che fa sentire gli inglesi superiori al resto degli europei. Gli scozzesi sono poi legatissimi ai francesi per ragioni storiche”.

 

Rischio-protezionismo. “Il Brexit duro favorirà l’economia britannica nel medio periodo”, sostiene dal canto suo John Hulsman, esperto di politica internazionale e presidente della società di consulenza di affari internazionali “John C. Hulsman Enterprises”. “Una nazione piccola può decidere rapidamente e in modo efficiente senza farsi penalizzare da un’Unione lenta perché composta da 28 Paesi”, spiega Hulsman. “Né corre rischi la City di Londra perché le banche non se ne andranno e un accordo verrà trovato. La Gran Bretagna potrà commerciare liberamente con Cina, India e Stati Uniti”. E la xenofobia in aumento dopo il voto per il Brexit? “La tolleranza, fortissima in questo Paese, prevarrà”, secondo Hulsman. “Purché la Gran Bretagna rifiuti il modello protezionistico proposto dal partito Ukip come sembra stia succedendo in questo momento”.

 

Restare nel mercato Ue. Nicky Morgan, già ministro dell’istruzione nel governo Cameron, licenziata da Theresa May lo scorso luglio, oggi presiede il gruppo moderato “Conservative Mainstream” il quale sostiene che il partito Tory rischia di perdere il centro della politica britannica e anche la fiducia dell’elettorato se la linea dell’hard Brexit prevalesse. “Penso che sia sbagliato abbandonare il libero mercato europeo soltanto perché l’Ue ha detto che la Gran Bretagna deve accettare, in cambio, la libera circolazione delle persone”. Quindi Morgan aggiunge: “È troppo rischioso per la nostra economia lasciare il mercato Ue, anche se è difficile dimostrare, in questo momento, che ne verrebbe danneggiata”.

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