“Tornare ai principi di fondo”

Mons. Ambrosio ha presentato all'assemblea Ccee i lavori della Comece, di cui è vice presidente. Tra le priorità l'integrazione Ue e l'ambiente

Un’assemblea che ha assunto i caratteri di un pellegrinaggio nei luoghi in cui visse Gesù. Così si è articolata la plenaria del Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa), giunta in Terra Santa – tra Cafarnao, Mi’ilya, Nazaret, Magdala, Gerusalemme e Betlemme – dall’11 al 16 settembre. Ai lavori ha preso parte mons. Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza-Bobbio (Italia), in qualità di vice presidente della Comece (Commissione degli episcopati della Comunità europea; Ambrosio era accompagnato dal segretario generale Comece, padre Patrick Daly), altro organismo ecclesiale che si occupa di Europa, relazionando sulle attività in corso nella sede di Bruxelles. Gianni Borsa e Daniele Rocchi lo hanno intervistato per Sir Europa.

Un’assemblea e un pellegrinaggio allo stesso tempo. Non le sembra, monsignore?
“In questi giorni sono state evidenziate con forza la centralità del messaggio evangelico e la figura di Cristo. Anche da un punto di vista storico e geografico. L’incarnazione di Cristo qui ‘parla’, e si percepisce forte. Noi del resto siamo chiamati a vivere il mistero dell’incarnazione nei nostri Paesi. E dunque emerge l’interrogativo: come riuscire a portare, oggi, la testimonianza della resurrezione e la gioia che ne scaturisce nella nostra Europa, la quale ha per molti versi dimenticato Cristo? L’Europa sembra per certi aspetti aver perso l’orizzonte; la ricchezza dell’umanesimo cristiano rischia di andare dispersa. Occorre far sì che la sorgente viva di Cristo sia riscoperta come luce e grazia per il nostro cammino odierno. Direi che questo è un insegnamento che nasce proprio da questa assemblea-pellegrinaggio”.

È possibile qualche “paragone storico” con i tempi di Gesù?
“Il Signore ha annunciato la buona notizia a molte persone, ma poche ne hanno ascoltato il messaggio. Tra queste, un piccolo gruppo di discepoli. Però quel piccolo gruppo di persone semplici, con tanto entusiasmo e carità è riuscito a trasmettere la vita nuova che aveva conosciuto. È un po’ ciò che accade oggi in Europa. Molti rifiutano il messaggio di Cristo, oppure vi si dimostrano indifferenti. Come Chiesa dobbiamo incessantemente annunciare il vangelo e creare un surplus di speranza, anche laddove sembra non essercene, secondo lo stile di Gesù. Lo aveva già scritto Papa Giovanni Paolo II nella esortazione apostolica ‘Ecclesia in Europa’: il nostro continente rischia di perdere la speranza, ma anche la Chiesa… Questo pellegrinaggio aiuta a ritrovare fiducia e il coraggio di annunciare la Parola di Dio nel nostro tempo, nei nostri Paesi, che hanno bisogno di una iniezione di speranza!”.

Un momento particolarmente toccante?
“Ve ne sono stati molti. Tra questi la festa della Esaltazione della croce che abbiamo vissuto con la comunità cattolica di rito greco melchita nel villaggio di Mi’ilya, nel nord di Israele. C’è stata una grande partecipazione di popolo e ho visto la commozione sul volto di vari confratelli vescovi. Si tratta di una piccola comunità che ha saputo conservare tenacemente la fede, pur tra mille difficoltà. E poi ricordo la serata con le famiglie e gli studenti delle scuole cattoliche di Nazaret, che protestano per difendere la libertà di educazione. Abbiamo inoltre ricevuto un chiaro messaggio rispetto all’impegno di favorire i pellegrinaggi in Terra Santa. Per chi abita qui sono segno della nostra vicinanza, fonte di sostentamento economico per la popolazione locale e per noi un richiamo a essere vicini a questi cristiani che vivono in una realtà complessa. Del resto noi, in Europa, anche noi cristiani europei, dobbiamo un po’ sprovincializzarci. Non esiste più l’eurocentrismo, l’Europa è una piccola parte di questo mondo, che è ormai policentrico. Occorre fare i conti – sotto vari profili: culturale, economico, politico, religioso – con una realtà mutata e in continua evoluzione. Qui lo si comprende bene”.

Un mondo che è in fermento: lo vediamo ad esempio con i flussi migratori che partono da lontano, anche dal Medio Oriente, e giungono sino a casa nostra.
“Sono sfide che dimostrano che siamo impreparati. Sul versante dell’accoglienza, così pure sul piano culturale: il nostro schema mentale, le nostre abitudini e tradizioni non valgono per tutti i popoli. I profughi che arrivano in Europa mettono in risalto la necessità di un confronto culturale cui non siamo sempre preparati”.

Mons. Ambrosio, lei all’assemblea Ccee ha rappresentato la Comece. Quali i temi in cima alla vostra agenda a Bruxelles?
“Ricordo anzitutto che abbiamo di recente diffuso un intervento sul tema dei rifugiati. A fine ottobre saremo invece a Parigi, dove affronteremo la questione ecologica alla luce della “Laudato si'”, anche in vista della conferenza internazionale sul cambiamento climatico che si terrà un mese dopo nella capitale francese. Altro argomento all’ordine del giorno è il Ttip, cioè il trattato commerciale tra Ue e Stati Uniti in fase di negoziato, soprattutto per gli aspetti sociali ed etici che esso chiama in causa: qui è atteso un pronunciamento della Comece assieme alla commissione sociale dei vescovi Usa, oppure un documento a firma dei due rispettivi presidenti. A livello Comece proseguiamo poi una riflessione più generale sul processo di integrazione comunitario. Alla luce delle difficoltà attuali si ravvisa infatti l’urgenza di tornare ai valori fondativi dell’unità europea, per correggere la rotta e far ripartire il cammino”.

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