Spagna. Aborto, uscire dal dramma

La diocesi di Jaén ha avviato il Progetto Rachel per un sostegno alle donne

È stato avviato nella diocesi di Jaén, in Spagna, attraverso la delegazione episcopale Famiglia e vita, il progetto Rachel per far conoscere le conseguenze dell’aborto e aprire a un cammino di speranza le donne che hanno abortito. Il Progetto è nato negli Stati Uniti 20 anni fa ed è oggi attivo nella maggior parte delle diocesi americane e di altri Paesi. In Spagna il Progetto Rachel è coordinato dall’associazione pubblica di fedeli Spei Mater, con l’autorizzazione della Conferenza episcopale americana e la direzione e supervisione di monsignor Juan Antonio Reig Pla, vescovo di Alcalá de Henares e presidente della sottocommissione per la vita e la famiglia della Conferenza episcopale spagnola. “Nella nostra società – ha spiegato il vescovo di Jaén, monsignor Ramón del Hoyo López, ufficializzando l’inizio del Progetto nella sua diocesi – la cultura della vita è minacciata dalla diffusione di una vera e propria ‘cultura della morte’. Negli ultimi anni l’aborto è diventato una piaga sociale, tanto che si è passati dal considerare l’aborto come un reato penale, depenalizzato solo in casi eccezionali, al rivendicarlo come un diritto delle donne, ma lasciando essenzialmente la donna sola davanti alle sue difficoltà”. Ogni anno in Spagna si effettuano oltre centomila aborti.

Risanare le ferite. Il vescovo di Jaén ha anche scritto una lettera pastorale ai fedeli per spiegare l’iniziativa. Si tratta, ha chiarito il presule, di “un’iniziativa cattolica, che nasce e si sviluppa negli Stati Uniti per rispondere al dramma sociale vissuto dalla donna con l’aborto, il più delle volte fatto per ragioni economiche, instabilità del lavoro e mancanza di sostegno nel proprio ambiente, con conseguenze che accompagnano la cosiddetta ‘sindrome post-aborto'”. Gli obiettivi del Progetto sono “accompagnare le persone ferite dall’aborto, che spesso portano da sole questo peso, per indicare loro itinerari di riconciliazione con se stesse, con il figlio o la figlia perduta e con Dio, attraverso perdono e riconciliazione. Si cerca, attraverso la comprensione e la misericordia, di aiutare queste persone a ricostruire la loro vita grazie a un’équipe di esperti”. Per monsignor Ramón del Hoyo López, “accompagnare e aiutare le donne che si trovano in difficoltà per accogliere una nuova vita è un dono e un’esigenza che coinvolge la società, istituzioni e individui. Ma è altrettanto necessario fornire gli aiuti necessari alle persone che purtroppo hanno già avuto un aborto e poi vivono un profondo dramma morale”.

Aspetto spirituale e psicologico. María José Mansilla, presidente Spei Mater, ha chiarito che il “Progetto Rachel è stato fondato nel 1984 da Victoria Thorn a Milwaukee, negli Usa; oggi è attivo in 140 diocesi degli Stati Uniti e in altri Stati. Si tratta di un servizio a base diocesana, composto da una rete di sacerdoti, psicologi, psichiatri e direttori spirituali e terapisti con una formazione specifica, che forniscono un’assistenza personale a coloro che tentano di superare le conseguenze dell’aborto”. “Basato sul sacramento della riconciliazione, il Progetto Rachel è uno sforzo integrale che combina l’aspetto spirituale e psicologico” per il recupero della persona, ha aggiunto la presidente di Spei Mater. Il “Progetto Rachel” è pensato “per fornire un aiuto confidenziale e qualificato a ogni persona che vi si avvicini. È nato all’interno della Chiesa cattolica, ma è aperto a chiunque si trovi in difficoltà per le conseguenze di un aborto; è concepito per aiutare donne e uomini, genitori, fratelli, amici e altre persone la cui vita è stata ferita da un aborto”.

Una testimonianza. Esiste anche un sito internet dedicato al Progetto: www.proyecto-raquel.com. Il sito offre alcune testimonianze di donne che hanno vissuto il dramma dell’aborto e che sono riuscite a riconciliarsi con se stesse e con Dio grazie al Progetto Rachel. Una donna, che ha abortito volontariamente nel 2007, racconta come partecipando al Progetto abbia liberato il suo cuore: “Nonostante il dolore, il Signore Gesù nella sua infinita misericordia mi aveva dato la grazia di prendere su di sé tutto quello che avevo dentro di me: risentimento, rancore, rabbia”. Così è riuscita a perdonare anche tutte quelle persone che non l’avevano aiutata nel momento del bisogno. “Mi sono sentita libera – chiarisce -, come se avessi tolto dalle spalle uno zaino che pesava moltissimo e che mi aveva fatto molto male nel corso di questi anni”. Ma la cosa più bella è stata celebrare una messa per il figlio perduto. “Non potevo immaginare che per un dolore si potesse ringraziare Dio e celebrare un’eucaristia. Poter consegnare mio miglio a Gesù è stata la cosa più bella della mia vita e mi sono sentita liberata da un peso grandissimo”.

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