Il Papa a “casa speranza” Cuore e braccia aperte La parola alla tenerezza

Una visita di abbracci, sorrisi e carezze. Nessun discorso. È la sintesi dell'incontro tra Papa Francesco e i disabili ospiti della "House of Hope"

Una visita di abbracci, sorrisi e carezze. Nessun discorso. Il Papa è entrato nel centro di Kkottongnae con il cuore e le braccia aperte. Ad attenderlo nella "casa della speranza" ci sono i circa 200 membri che compongono questa singolare famiglia. Bambini e adulti con forti disabilità e anziani. Sono stati tutti abbandonati dalla famiglia e dalla società. "Noi non li chiamiamo pazienti, preferiamo chiamarli familiari", dice il religioso che accompagna il Papa nella sua visita. Prima di entrare nella casa, il Papa si è tolto le scarpe, in segno di rispetto e si è diretto nella piccola cappellina dove è rimasto per qualche minuto in silenzio e in preghiera. Qui, all’improvviso, un ragazzo gravemente disabile in carrozzina è riuscito a sussurrargli: "Ti voglio bene". Il Papa si è avvicinato e gli ha imposto le mani sul capo.

Kkottongnae si trova a 120 chilometri da Seoul. È la tappa della carità di questo viaggio apostolico in Corea. Dopo lo straordinario bagno di folla a Seoul anche qui in questa piccola cittadina, 30mila persone sono venute a salutare il Papa lungo la strada. "Il mondo che Kkottongnae sogna è un mondo dove nessuno è abbandonato, dove tutti sono rispettati come figli di Dio". Si presenta con questo slogan la comunità fondata da padre John Oh Woong-Jin nel 1976 dopo l’incontro provvidenziale con un senzatetto. Da allora si è presa cura di 13mila persone malate e abbandonate. Un’opera che conta oggi altri 4 centri in tutta la Corea, 2mila assistiti, 500 dipendenti, una congregazione maschile e femminile con 80 sacerdoti e 250 suore. "Questi bambini – dice al Papa il vescovoGabriel Chang Bong-hun – hanno subito il dolore di essere abbandonati due volte: prima, abbandonati dai propri genitori perché erano nati disabili, e poi abbandonati perché non sono stati adottati".

L’incontro di papa Francesco con gli abitanti di questo centro è familiare, toccante. Fatto di sguardi e sorrisi che dicono tutto quello che c’è da dire. I bimbi offrono al Santo Padre un mazzo di fiori e una ghirlanda. Poi si esibiscono in un piccolo spettacolo di musica e gesti al termine del quale Francesco impone a ciascuno con le mani la benedizione. Sono tutti angeli. C’è Lina Mina Oh, una giovane di 23 anni, a Kkottongnae da 20 anni, da quando fu trovata abbandonata. Al centro la chiamano l’Angelo dei sorrisi. Costretta a letto da una paralisi cerebrale, quando le chiedono di sorridere lei lo fa sempre e regala gioia e coraggio. C’è Joahn, un ragazzo gravemente disabile abbandonato 20 anni fa. "Non sa dove è sua madre – dice il sacerdote che accompagna Francesco – ma l’ha perdonata". "Sei felice?", gli chiede il Papa. "Sì!", la risposta. E ancora: "Papa Francesco pregherà per te". E c’è Cecilia Kim, una donna di 74 anni che a causa di una paralisi non può usare la parte superiore del suo corpo. Con i suoi piedi è riuscita a fabbricare per il Papa un origamo. È il segno che la vita è un mistero ed è più forte della malattia e della disabilità. A "salutare" il Papa ci sono anche gli 8 bambini in attesa di adozione e sono 200 i bambini che fino ad oggi hanno trovato una famiglia.

Uscito dal centro, il Papa ha sostato in silenzio e preghiera presso il "Tae-ah-Dongsan" il "Memoriale per i bambini abortiti". La Corea conosce stime altissime di aborti. È da sempre uno dei campi in cui la Chiesa coreana è maggiormente impegnata. Particolarmente preoccupante è la questione degli aborti selettivi. La legge proibisce infatti le interruzioni di gravidanza in base al sesso del nascituro, ma la consuetudine sociale impone alle coppie di avere, come primogenito, un maschio. Ecco perché, in caso di gravidanza sana, ma femminile, moltissime persone ricorrono all’interruzione di gravidanza clandestina. "Una Chiesa povera per i poveri": questo l’impegno che la Chiesa in questo angolo di Corea si è prefissata. "Ci metteremo in prima fila – dice il vescovo Chang – nel combattere i muri dei pregiudizi sociali nei confronti dei disabili e nel promuovere l’attenzione e comprensione per loro". E i religiosi prima di salutare il Papa alla "Casa della speranza" gli dicono: "Ci sacrificheremo perché non esistano più persone che soffrono per la fame, la malattia, per l’abbandono". Il sogno di Kkottongnae continua.
dall’inviata Sir a Kkottongnae, Maria Chiara Biagioni
(16 agosto 2014) 

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