“Chiesa chiusa Chiesa malata”

La testimonianza di monsignor Eduardo H.Garcia, collaboratore e amico di Bergoglio. "I gesti di Papa Francesco non sono un'invenzione del 13 marzo. Lui è, crede e vive come Papa quello che è stato, ha vissuto e creduto come sacerdote e vescovo"

"Un uomo austero e felicemente povero. La sua è la povertà di uno che sa di aver scelto la parte migliore che non gli sarà mai tolta. Il cardinale Bergoglio non è un povero ideologico ma un povero che sa che per la sua missione ha bisogno di un cuore generoso per donarsi". Così monsignor Eduardo Horacio Garcia, vescovo ausiliare e provicario generale dell’arcidiocesi di Buenos Aires, amico e stretto collaboratore del cardinale Bergoglio descrive Papa Francesco. Il vescovo è intervenuto a Rimini, nel corso della 36esima Convocazione nazionale del Rinnovamento nello Spirito Santo.

"No, non può essere vero. Non ci credo. Poi, quando l’ho visto affacciarsi alla loggia delle benedizioni, rivolgendomi alla tv, gli ho detto: ‘Querido hermano, caro fratello, che ti hanno fatto, cosa ti hanno caricato sulle spalle!": ride monsignor Eduardo Horacio Garcia, vescovo ausiliare e provicario generale dell’arcidiocesi di Buenos Aires, nel rievocare gli attimi della fumata bianca e dell’elezione del cardinale Jorge Maria Bergoglio al soglio di Pietro con il nome di Francesco. "Non mi risulta facile parlare di lui. Da quel 13 marzo non finisco di rendermi conto che quell’uomo con il quale ho condiviso venti anni di amicizia, di paternità, di consiglio spirituale e di confessione, dopo dieci anni di stretta collaborazione pastorale, sia oggi il vescovo di Roma, come piace definirsi. Ma a volte la realtà supera la fiction…".

A più di un mese dalla sua elezione sono moltissimi coloro che si chiedono chi sia veramente questo Papa che viene da "quasi alla fine del mondo"…
"È quello che abbiamo visto a piazza san Pietro la sera che i cardinali lo hanno eletto. Un uomo di Dio, semplice, che saluta perché la gente si saluta. ‘Buonasera’ in bocca a Francesco ha il sapore del pastore che vuole dialogare per entrare nella casa, ha il sapore della semplicità di uno che bussa e che aspetta di essere accolto. È l’uomo della Chiesa in comunione".

Come legge i tanti gesti che Papa Francesco sta compiendo in questa fase iniziale del suo pontificato? Pensiamo alla vicinanza ai disabili, ma anche alla scelta di tenere le sue scarpe, di restare, almeno per il momento nella residenza di Santa Marta, indossare una croce pettorale d’argento…
"I gesti di Papa Francesco non sono un’invenzione del 13 marzo. Lui è, crede e vive come Papa quello che è stato, che ha vissuto e creduto come sacerdote e come vescovo. C’è una coerenza di vita che fa genuini tutti i suoi gesti, rinforzati adesso dallo Spirito Santo che gli ha regalato un’allegria visibile e debordante. A Buenos Aires non rideva quasi mai, la sua austerità non era solo nella vita ma anche nel volto. Rideva solo quando si trovava in mezzo ai bambini. Sono scelte coerenti con il suo essere".

"Sogno una Chiesa povera e per i poveri": qual è il valore della povertà per Papa Francesco?
"È un uomo austero e felicemente povero. La sua è la povertà di uno che sa di aver scelto la parte migliore che non gli sarà mai tolta. Il cardinale Bergoglio non è un povero ideologico ma un povero che sa che per la sua missione ha bisogno di un cuore generoso per donarsi. Chi lo conosce sa che i regali che riceve, tranne alcune significative eccezioni, hanno data di scadenza perché saranno prima o poi regalati. Regali ben accolti e ben donati".

Su Papa Francesco si appuntano le attese di molti che chiedono il rinnovamento della Chiesa e la riforma della Curia. Lei che lo conosce bene, cosa pensa farà in termini di governo?
"Credo che le parole chiave del suo governo saranno evangelizzazione e missione. Non si tratta di una teoria ma dell’esperienza che abbiamo vissuto a Buenos Aires durante il tempo che è stato arcivescovo. Circa dieci anni fa chiese ai suoi sacerdoti e pastori di cercare di capire ‘come essere oggi chiesa a Buenos Aires’. Ci fu chi propose un sinodo. La sua risposta fu innovativa: entrare in uno stato permanente di missione. Con un Sinodo, un’assemblea – diceva – si correva il rischio di arrivare a delle conclusioni che, una volta pubblicate, sarebbero rimaste su uno scaffale in biblioteca. Una missione permanente, invece, serviva a porre lo sguardo sul popolo, sulle sue fragilità, per capire ciò che chiede. In definitiva si trattava di trasformare la città in un grande santuario e così anche le ‘periferie esistenziali’ che vi sono. Un cammino confermato dalla V conferenza episcopale di Aparecida nella quale il cardinale Bergoglio ha avuto un ruolo rilevante. Il nostro posto è quello dei discepoli missionari. Le nostre comunità sono lontane dai poveri e ci sono pochi cristiani nei luoghi dove si prendono decisioni che segnano la vita dei nostri Paesi".

Circa la riforma della Curia?
"Ho letto giusto ieri un articolo in cui si diceva che già nel 1931 si auspicava una riforma della Curia (ride). Credo che, nel suo stile, Papa Francesco non riformerà la Curia ma lavorerà per una Chiesa missionaria. Penso che sarà la chiesa missionaria a riformare la Curia e non solo. Lo abbiamo sentito spesso dalla sua bocca che una Chiesa chiusa è una Chiesa malata, non lo è una Chiesa dalle porte aperte, aperte non solo per ricevere ma per andare fuori".

Fuori, verso quelle periferie a lui tanto care?
"Il cardinale Bergoglio ci ha invitati a incarnare lo spirito di Aparecida che non ci offre ricette, ma chiavi per tornare alle radici della fede, insieme pastori e popolo di Dio. Il pastore per Francesco non è un principe, ma una persona capace di armonizzare i contributi che lo Spirito genera nei battezzati. La missione non è fatta dalle migliori risorse messe in campo in un tempo determinato che quando finisce tutto torna come prima. La missione, una volta avviata, diventa permanente e chiave di volta di tutta l’azione pastorale che deve guardare a coloro che sono ‘fuori’, i non credenti, coloro che non vengono in chiesa, e che deve generare prossimità superando improvvisazione, consuetudini e smettendo di dare risposte stereotipate".
dal nostro inviato Daniele Rocchi

(27 aprile 2013)

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