Le letture di Francesco

Non solo gli italiani Manzoni e Dante, ma anche gli argentini Borges e Marechal. E poi, ancora: Dostoevskij e Hölderlin

"Siete la benedizione del cielo in questa casa. Come son contento di vedervi qui! Già ero sicuro che sareste arrivata a buon porto; perché non ho mai trovato che il Signore abbia cominciato un miracolo senza farlo bene".
Siamo nel XXIV capitolo dei "Promessi sposi": Lucia, grazie alla conversione dell’Innominato, viene liberata e ospitata provvisoriamente nella casa del sarto, il quale le si rivolge con quelle parole, tornate in auge grazie alla predilezione di Papa Francesco. Come mai il nuovo pontefice annovera proprio questo dimenticato colloquio tra le tante famose frasi che nel corso di quasi due secoli sono state estrapolate dal capolavoro manzoniano? Probabilmente perché parlano di una festa, dopo tanti pericoli, che si svolge nella parte finale del romanzo, quella festa e quel sorriso che Papa Bergoglio indica come parte integrante dell’azione del cristiano. Una festa che è preceduta da una conversione, quella dell’Innominato dopo la lunga notte di crisi, ed anche questo non è un caso: in quel "camminare, edificare, confessare" nell’Omelia durante la santa Messa nella cappella Sistina, il vescovo di Roma voleva comprendere proprio la possibilità di abbandonare la strada di prima per farsi creatura nuova, come nel caso dell’Innominato, che offre una vera e propria confessione al cardinale Federigo, il quale risponde di voler lasciare "le novantanove pecorelle che sono in sicuro sul monte", per "stare con quella ch’era smarrita".

Se ci si pensa bene qui c’è tutto il senso del dono dell’accoglienza di cui parla il Papa; lo stesso che da cardinale rimproverava coloro che non avevano voluto offrire il battesimo ai figli di madri sole, il medesimo che battezzava personalmente alcuni di quei bimbi organizzando una piccola festa di fronte a mamme stupite e commosse. Manzoni è scrittore di conversioni: si ricordi anche quella del benefattore padre Cristoforo, l’antico Lodovico, portato dalla superbia e dai costumi dell’epoca ad uccidere in duello, oltre, che, ovviamente quella sua, da sensista impregnato di laicismo illuministico a cantore delle feste cristiane e degli umili.
Non solo Manzoni, però: tra i suoi autori preferiti c’è uno scrittore argentino non molto noto in Italia, Leopoldo Marechal (1900-1970), anche lui di Buenos Aires, anzi, cantore "dantesco" della città con quel "Adan Buenosayres" uscito nel 1948, vero e proprio viaggio multilinguistico nel gran crogiuolo di razze e lingue che è la capitale argentina, degno, secondo alcuni, di stare alla pari con l’Ulisse di Joyce. Tra l’altro di "Adan Buenosayres" esiste una traduzione italiana edita da Vallecchi nel 2010. È chiaro che nella preferenza per questo autore entrano la comune appartenenza ad una patria, il fascino di una città così internazionale e nel contempo profondamente argentina e l’avvicinamento, in questa discesa nel sottosuolo metropolitano, all’altro grande viaggio, quello di Dante, autore caro a Papa Francesco: uno scrittore che ha conosciuto le guerre civili, la violenza delle contrapposizioni ideologiche e sociali, che ha lottato per una patria e una Chiesa migliori e che ha donato all’umanità un’opera globale, senza altri possibili aggettivi, al cui centro rimane in ogni caso Dio, e che nel canto undicesimo del Paradiso ha tessuto uno dei più commossi elogi di un santo molto caro al Papa, Francesco d’Assisi.

Se vogliamo rimanere in Argentina, non possiamo dimenticare un altro autore da lui amato, che porta tra l’altro il suo stesso nome, Jorge Luis Borges (1899-1986), nato anche lui a Buenos Aires: scrittore non strettamente religioso, il che dimostra come il Pontefice abbia una visione assai ampia della cultura, in grado di intuire i dubbi e le perplessità di coloro che pur non abbracciando una fede si mostrano costantemente alla ricerca di un senso.
Un altro autore "confessato" è Fëdor Dostoevskij, narratore inquieto di una ricerca di radicalità religiosa, che penetri nella realtà, nel presente, e diventi "scandalosa" prova dell’amore di Dio per tutte le creature, anche a costo del disprezzo e della derisione dei benpensanti, come nell’"Idiota", o nella "Leggenda del grande inquisitore" all’interno dei "Fratelli Karamazov". Anche questo si accorda con l’invito del Pontefice alla bontà come segno di forza, e non, come pensano alcuni, di debolezza.
E infine quel verso "La vecchiaia è il tempo della tranquillità e della preghiera" che il Papa ha citato ai cardinali, di Friedrich Hölderlin (1770-1843), il grande poeta tedesco che per tutta la sua vita inseguì, fino alla follia, il sogno di una società riconciliata con la divinità attraverso la comunione tra la saggezza del passato e un presente non schiavizzato dall’interesse materiale e dall’egoismo. Ed anche qui si capisce la predilezione da parte di un Papa che ha voluto chiamarsi Francesco.

Marco Testi

(23 marzo 2013)

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