Un gesuita in saio

Gli antichi carismi della vita religiosa, quello benedettino, squadernato da Papa Benedetto, quello francescano e ignaziano di Papa Francesco, hanno ancora molto da dire alla Chiesa. Certo, sono carismi aperti, da condividere sempre più con i laici, da far fruttificare

È una storia che si ripete. Quando la Chiesa si trova di fronte a grandi svolte e lo Spirito Santo prende in mano il volante per evitare pericolosi fuoripista, Dio provvede anche a far nascere nuovi carismi. Mettiamo subito le cose in chiaro: cos’è un carisma? Si potrebbe dire così: un dono (dal greco "charis", che significa grazia: ricordiamo che Maria è la "piena di grazia") di Dio per alcuni cristiani, orientato però al bene di tutta la Chiesa e, quindi, del mondo intero.

San Francesco e sant’Ignazio di Loyola e le rispettive famiglie religiose, senza per questo dimenticare il contributo decisivo di domenicani, carmelitani e molti altri, rappresentano due tra i più espressivi carismi che lo Spirito ha suscitato in frangenti delicati della storia, i cosiddetti momenti di passaggio, quando la società cambia pelle e si spostano le frontiere. Nel 1200, con l’avvento dei comuni, dei mercanti, della mobilità, delle prime lotte tra classi sociali, si era verificata in un breve arco di tempo una forte accelerazione. La Chiesa, struttura stabile e molto centralizzata, nella quale i monasteri sorgevano come centri di alta spiritualità e trasmissione della cultura ma staccati dalla vita comune della gente, aveva necessità di recuperare contatto con la base, anche a motivo di prelati poco istruiti e di scarso buon esempio, quando non fautori di una vera e propria contro-testimonianza evangelica. Furoreggiavano, perciò, piccole e grandi eresie che puntavano il dito contro l’istituzione ecclesiastica, le sue incoerenze e, soprattutto, la sua sfacciata ricchezza. Qui si colloca il carisma francescano, che incarna l’anelito di una Chiesa povera e alternativa e al contempo dentro la cattolicità, in totale obbedienza al "signor Papa", come si esprime san Francesco nella "Regola". E così il giovane menestrello di Assisi diviene sostegno per una Chiesa pericolante, come mostra il dipinto di Giotto nella Basilica di Assisi: qui, è curioso notare come Francesco, nel mentre – in figura di gigante della fede – puntella la Basilica di San Giovanni in Laterano (secondo il sogno di Papa Innocenzo III), resta dentro il perimetro della Basilica stessa, e questo contro ogni logica di distribuzione delle spinte.

La Compagnia di Gesù (in latino "Societas Iesu", in sigla S.I.) nasce invece nella travagliata fase della controriforma, nella prima metà del 1500, precisamente nel 1539, in un tempo segnato dalla spaccatura dell’Occidente cristiano, quando buona parte del Centro e del Nord Europa si staccano dalla Chiesa di Roma, rinnegando tra l’altro il primato del vescovo di Roma. I gesuiti, quelli "professi", oltre al voto di obbedienza comune a tutti i religiosi, hanno un quarto voto di speciale obbedienza al Papa, un voto che manifesta disponibilità assoluta alla missione là dove questa è più difficile e rischiosa: chi non ricorda il film "Mission", diretto da Roland Joffé nel 1986, e le celebri e profetiche "reducciones" organizzate dai padri gesuiti nel Paraguay!

Ora, mettiamo insieme i due carismi brevemente richiamati e shakeriamo, considerando, infine, il risultato esplosivo che rappresenta la sintesi incarnata da Papa Francesco: un gesuita in saio, un militante col sorriso sulle labbra, un Papa ancor più a servizio della Chiesa e, perché no, del papato, uno che si prende cura della fede di tutti a partire dai semplici e, quindi, vero servo dei servi di Dio (l’ultimo titolo papale riportato dall’annuario pontificio rischia di diventare il primo), un evangelizzatore che sceglie lo stile (e non solo i contenuti) del Vangelo per annunciare la buona notizia, un appassionato all’unità della Chiesa, un pastore sobrio e dalla parte dei poveri che vuole pascere con misericordia e non senza prendere decisioni: il suo motto cardinalizio è "Miserando atque eligendo".
Gli antichi carismi della vita religiosa, quello benedettino, squadernato da Papa Benedetto, quello francescano e ignaziano di Papa Francesco, hanno ancora molto da dire alla Chiesa. Certo, sono carismi aperti, da condividere sempre più con i laici, da far fruttificare fuori dai chiostri e dalle sacrestie. Una sfida per la vita religiosa dei nostri giorni, un po’ appannata e col fiato grosso, una sfida lanciata da Papa Francesco a se stesso e a ogni uomo e donna di buona volontà. Perché la Chiesa fiorisca.

Ugo Sartorio – direttore del "Messaggero di sant’Antonio"

(19 marzo 2013)

Altri articoli in Dossier

Dossier