La benedizione silenziosa

Papa Francesco è riuscito a stupire persino i giornalisti, mosso dal rispetto per chi non appartiene alla Chiesa cattolica e per i non credenti. Ha lasciato spazio al silenzio nella speranza che venga interrotto dalla Parola che viene dal cielo

A ritmo incalzante con un buona sera o con un buon pranzo, con un abbraccio o con una visita-pellegrinaggio alla Madre Dio, con un rompere le fila d’ordinanza, Papa Francesco ci sorprende. Verrebbe da sospettare che quasi da sempre abbia pensato di fare il Papa, il vescovo di Roma, che da tempo, abbia programmato passo per passo una escalation di novità. Invece, a guardarlo in questo "giovane" interpretare il suo ministero, mostra che a muoverlo è un vento, un alito antico e fresco che viene dallo Spirito. Stupisce ciascuno di noi, meraviglia centinaia di migliaia di persone presenti nella piazza fisica di San Pietro e in quella digitale del sistema delle reti.
Ma a ben vedere più che stupire gli altri sembra essere egli stesso stupito da quel soffio che lo conduce a gesti semplici ma pregni di significato, a parole normali di umana cortesia che vanno dritte al cuore come l’incontro con i fedeli subito dopo la Messa a Sant’Anna e con i seimila giornalisti nell’Aula Paolo VI, sabato scorso.
Sì! È riuscito a suscitare meraviglia anche in quella categoria di persone che per mestiere, per professione debbono restare freddi, oggettivamente razionali di fronte a tutti gli eventi. Insomma che sono navigati, scafati di fronte a qualsiasi accadimento, a qualsiasi personaggio.
Ma in che modo li ha colti di sorpresa? Con una benedizione annunciata ma non pronunciata, promessa ma non espressa, vissuta interiormente ma non impartita con la consueta formula "Benedicat vos Onnipotens Deus…". Insomma una benedizione in silenzio. Senza segni e parole. Un’invenzione? Forse no! Piuttosto una preghiera, un’invocazione interiore senza il consueto segno della croce, che tuttavia, dopo una breve pausa di silenzio, si è chiusa con un informale "il Signore vi benedica".

Il motivo di questa innovazione nella prassi pontificia l’ha spiegata Papa Francesco: "Dato che molti di voi non appartengono alla Chiesa cattolica, altri non sono credenti, imparto di cuore questa benedizione, in silenzio, a ciascuno di voi, rispettando la coscienza di ciascuno, ma sapendo che ciascuno di voi è figlio di Dio". Una doppia ragione di rispetto sembrerebbe che l’abbia guidato. La prima. Occorre prendere sul serio la libertà di coscienza, la libertà religiosa, non costringendo le persone per una nobile e pubblica forma di cortesia a ricevere quanto non sentono o non vivono. La seconda. La stessa benedizione può essere accolta come dono solo da chi crede in una relazione d’amore con Dio.
Papa Francesco ha però colto una dimensione dell’esistenza che riguarda tutti, che non fa differenza di credo, di religione o di non religione. È il silenzio, quale luogo dell’ascolto, quando il nostro io non concede sconti, furbizie, autoinganni, automascheramenti. Un uomo di fede, allenato negli esercizi spirituali di sant’Ignazio, qual è il gesuita Francesco, conosce sino in fondo quanto il silenzio può essere interrotto dalla Parola che viene dal cielo.
Succede anche a un genitore, che vorrebbe benedire pubblicamente la mensa, d’invocare silenziosamente, con la mente e il cuore, la mano benedicente di Dio sui suoi figli ormai distanti dalla fede. Capita frequentemente a un parroco di sostare davanti al letto di un malato non credente e familiari sospettosi, e d’impetrare da Dio il suo intervento per il bene di quella persona o di quella famiglia.
In fondo la benedizione come sacramentale, sostanzialmente prolungamento dell’azione dei sacramenti, invoca protezione e misericordia da Dio, santificazione degli uomini e glorificazione di Dio.
Il Papa come un parroco, un pastore in cura d’anime, ha sottolineato pubblicamente gesti e azioni di una pastorale semplice ma efficace, perché piena di calore umano e di premura religiosa.

Bruno Cescon

(18 marzo 2013)

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