“Scelte forti verranno”

Don Luca Pandolfi: "La chiave simbolica, per entrare in questo evento comunicativo è un nome: Francesco, che tutti capiscono". E ancora: "Parole, gesti e segni del Papa sono il frutto di un atteggiamento consolidato e di uno stile di vita scelto e acquisito da decenni..."

"Non saranno modi ‘curiosi’ o pauperistici a caratterizzare il pontificato di Papa Francesco, quanto alcune scelte forti ed essenziali per la gerarchia ecclesiale, per le comunità cristiane, per la relazione tra la Chiesa e il mondo". A parlare è don Luca Pandolfi, docente di antropologia, sociologia e comunicazione interculturale alla Pontificia Università Urbaniana di Roma, appena rientrato da Buenos Aires, dove è stato invitato a tenere lezioni nell’ateneo cittadino. Il Sir gli ha chiesto di interpretare i primi gesti pubblici di Papa Francesco, per delineare prospettive future. A suo avviso la "chiave simbolica, per entrare in questo evento comunicativo è un nome: Francesco, che tutti capiscono".

Quali significati si celano dietro i primi gesti di Papa Francesco?
"Credo che il Papa si sia rivolto al mondo attraverso due codici distinti: uno, semplice, fatto soprattutto di gesti e parole cordiali, rivolto a tutti gli uomini e le donne che Dio ama, come correttamente oggi traduciamo ciò che una volta erano gli uomini di buona volontà del cap. 2 di Luca. Un altro più complesso, tratto dalla tradizione della Chiesa antica, per coloro che vivono da dentro l’esperienza ecclesiale: un codice fatto di parole scelte e di altre evitate, parlando di sé (ma anche del suo predecessore) solo come vescovo di Roma. Per tutti, per i primi come per i secondi, ha usato poi il segno evidente della sobrietà delle vesti, delle insegne, dei mezzi utilizzati".

Come si è rivolto agli "uomini e alle donne del mondo"?
"Con parole e gesti alla portata di tutti: una comunicazione senza necessità di mediazioni o spiegazioni. È apparso vestito di bianco ma con la sua croce di metallo di sempre. Ha detto ‘fratelli e sorelle’, perché la piazza era piena di uomini e di donne. Ha detto ‘buonasera’, perché si era fatta sera e la gente aspettava in piazza da tanto. Ha accompagnato questo breve saluto con un gesto della mano quasi a colmare la distanza tra l’alto balcone della loggia e le moltitudini, tra il nuovo incarico appena accettato e l’uomo di prima, il vescovo argentino. Se non l’avessero eletto vescovo di Roma e si fosse affacciato a un incontro serale di operatori pastorali della sua diocesi avrebbe salutato allo stesso modo. Ecco, allo stesso modo, senza teatralità o atteggiamenti da occasione".

Cosa ha colpito di più l’immaginario dell’opinione pubblica?
"Il giorno dopo Papa Francesco ha preso una macchina normale per andare a Santa Maria Maggiore, dove ha portato un piccolo mazzo di fiori, come una persona semplice; tornato in Vaticano, per recarsi dalla Casa S. Marta alla Cappella Sistina, ha preso il pullman con gli altri cardinali, sedendosi in un anonimo secondo o terzo posto nella fila del veicolo, con loro, tra di loro. Il vescovo di Roma accanto al vescovo di Parigi e a quello di Rio de Janeiro e a quello di Mumbai e a quello di New York, senza alcuna differenza. Segni, parole, gesti e destinatari diversi tuttavia si intrecciano: gli uomini di Chiesa lo ascoltano e lo vedono mentre si relaziona con il popolo. Il popolo, attraverso i mass media e i social network lo ascolta, lo vede e lo commenta per come si relaziona con le autorità ecclesiali. Gesti, parole e segni sono straordinariamente coerenti e si spiegano a vicenda arrivando alla percezione di tutti anche se con diversi gradi di consapevolezza. La chiave simbolica, per entrare in questo evento comunicativo è un nome: Francesco, che tutti capiscono".

Su queste basi, quali atteggiamenti pensa caratterizzeranno il suo pontificato?
"Queste parole, questi gesti, questi segni sono il frutto di un atteggiamento consolidato e di uno stile di vita scelto e acquisito da decenni nella trama della formazione gesuitica. Questi elementi non corrispondono a tratti caratteriali o a modi di essere e di fare, come molti stanno descrivendo Papa Francesco: sono invece scelte nelle quali un uomo trova la sua libertà, scelte che a volte uno deve difendere e altre volte deve verificare, per sceglierle ancora. Il cardinal Bergoglio non era un tipo alternativo che amava girare sui mezzi pubblici o visitare di persona le immense baraccopoli di Buenos Aires. Jorge Mario Bergoglio era l’arcivescovo di Buenos Aires, città immensa e segnata da pluralità e disuguaglianze, che ‘aveva scelto’ di girare con i mezzi pubblici usati della sua gente, soprattutto i più poveri, andarli a trovare e vivere anche lui in un semplice e sobrio appartamento. Queste cose si scelgono, non si improvvisano. Credo che non saranno modi ‘curiosi’ o pauperistici a caratterizzare il suo pontificato quanto alcune scelte forti ed essenziali per la gerarchia ecclesiale, per le comunità cristiane, per la relazione tra la Chiesa e il mondo".

Cosa dicono a Buenos Aires del loro ex-arcivescovo?
"La gente di tante parrocchie, delle zone urbane, di classe media o medio bassa, ha un’esperienza di estrema familiarità con il suo ormai ex arcivescovo. Incontri diretti, relazioni personali, un tratto di estrema semplicità. Alcuni sacerdoti impegnati nelle villas miserias, le baraccopoli di Buenos Aires, mi hanno raccontato come negli ultimi anni abbia disposto un impegno economico dell’arcidiocesi sempre più sostanzioso e responsabile verso una moltitudine di opere sociali ed esperienze di animazione comunitaria (radio, gruppi di mutuo/aiuto, servizi di accoglienza). C’è però anche chi vede delle ombre nella sua storia passata soprattutto nei tempi della dittatura civico-militare degli anni ‘70".

Quale significato si spera che assumerà questo papato per il superamento delle povertà, ingiustizie e disuguaglianze in America Latina?
"Povertà, ingiustizie e disuguaglianze in America Latina, come nel resto del mondo, hanno cause interne ed esterne complesse e sempre più sfuggenti agli schemi interpretativi dell’attuale lotta per la giustizia sociale. Certo è che il nuovo vescovo di Roma, spero anche a partire dalla sua diocesi, saprà vivere e saprà promuovere uno stile di prossimità e ascolto con la gente povera, che è il primo passo per superare un’idea assistenzialista dell’impegno sociale. Dobbiamo trovare noi, non i poveri, una soluzione per le ingiustizie: in questo modo è la stessa comunità marginale che ritrova la sua dignità e costruisce cammini alternativi di giustizia, sobrietà e condivisione. Questo in America Latina, nelle periferie di Buenos Aires, è una prassi attiva da tempo e forse Papa Francesco potrà raccontarla al mondo".

a cura di Patrizia Caiffa

(16 marzo 2013)

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