Non è una tattica

Il cammino della Chiesa in un mondo che cambia

L’immagine della battaglia – una battaglia navale nel buio della tempesta – proposta da san Basilio a proposito della situazione della Chiesa dopo il Concilio di Nicea, siamo nella prima metà del 300, torna nelle parole di Benedetto XVI per spiegare, nel discorso alla Curia romana nell’anno della sua elezione a Papa, la sua preoccupazione per come il Concilio è stato letto e recepito: “Il grido rauco di coloro che per la discordia si ergono l’uno contro l’altro, le chiacchiere incomprensibili, il rumore confuso dei clamori ininterrotti ha riempito ormai quasi tutta la Chiesa falsando, per eccesso o per difetto, la retta dottrina della fede”. Quattro gli interrogativi che sviluppa nella sua riflessione: qual è stato il risultato del Concilio? È stato recepito nel modo giusto? Che cosa, nella recezione del Concilio, è stato buono, che cosa insufficiente o sbagliato? Che cosa resta ancora da fare?
Cinquant’anni sono un tempo limitato perché il Concilio sia davvero eredità comune della comunità cristiana, del popolo di Dio. Ma restano i problemi, le difficoltà di una giusta interpretazione del Vaticano II. Ricorderete l’espressione usata da Benedetto XVI nel discorso alla Curia, quando ha portato il discorso sulle due ermeneutiche, della giusta chiave di lettura e di applicazione del Concilio: “Da una parte esiste un’interpretazione che vorrei chiamare ‘ermeneutica della discontinuità e della rottura’; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall’altra parte c’è l”ermeneutica della riforma’, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del popolo di Dio in cammino”.

Ed è in questa discussione post-conciliare, così complessa, che si è inserita la vicenda dello scisma di mons. Marcel Lefebvre. Anche lui padre conciliare, ma che, all’indomani della conclusione del Vaticano II, ne contesta i documenti e ad Econe, in Svizzera, dà vita a una comunità tradizionalista, ordinando, in modo illecito, dei sacerdoti e dei vescovi. Nel 1988 la scomunica nonostante i tentativi, prima di Paolo VI e poi di Giovanni Paolo II, di evitare la definitiva rottura. Nel gennaio 2009, infine, la decisione di papa Benedetto di togliere la scomunica ai quattro vescovi della Fraternità. Sappiamo delle polemiche che si sono levate in diverse Chiese locali, sappiamo, ancora, dell’intervista del vescovo negazionista Richard Williamson che non poche difficoltà ha aggiunto al già difficile cammino di un complesso dialogo dottrinale tra il Vaticano ed Econe; dialogo durato due anni e condotto nel più rigoroso segreto. Si attende di conoscere il contenuto del Preambolo dottrinale che i lefebvriani avrebbero sottoscritto – lo scorso mese di aprile è stato detto che la risposta è “incoraggiante” e rappresenta un “passo in avanti” rispetto a una precedente risposta giudicata dalla Santa Sede insufficiente – per testimoniare vera fedeltà e vero riconoscimento del magistero e dell’autorità del Papa e del Concilio Vaticano II.
Una vicenda, questa dei lefebvriani, che rende ancor più importante e attuale capire la contrapposizione tra ermeneutica della discontinuità e della rottura e l’ermeneutica della riforma. Papa Benedetto propende per quest’ultima, tanto che già nel discorso del 2005 alla Curia ricordava le parole di Giovanni XXIII, per affermare che il Concilio “vuole trasmettere pura e integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti”. Ancora: “Il nostro dovere non è soltanto di custodire questo tesoro prezioso, come se ci preoccupassimo unicamente dell’antichità, ma di dedicarci con alacre volontà e senza timore a quell’opera, che la nostra età esige… È necessario che questa dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che corrisponda alle esigenze del nostro tempo”.

Torna allora la domanda di fondo: cos’è stato il Concilio. Sicuramente un passo in avanti verso l’età moderna, un voler coinvolgere sempre più i cattolici rendendoli partecipi del cammino della Chiesa, coinvolgendoli nella liturgia, nella formazione e nella partecipazione. E non solo per l’introduzione delle lingue parlate dalla gente e per la celebrazione con il sacerdote rivolto ai fedeli. Un’apertura al mondo, come voleva Giovanni XXIII, che Benedetto XVI declina con il rapporto fede e ragione che, dice, “si ripresenta in sempre nuove forme”.
Giovanni Paolo II nell’enciclica “Fides et ratio” (14 settembre 1998), ricordava che il rapporto tra fede e ragione richiede “un attento sforzo di discernimento, perché sia la ragione che la fede si sono impoverite e sono divenute deboli l’una di fronte all’altra. La ragione, privata dell’apporto della Rivelazione, ha percorso sentieri laterali che rischiano di farle perdere di vista la sua meta finale. La fede, privata della ragione, ha sottolineato il sentimento e l’esperienza, correndo il rischio di non essere più una proposta universale”.
Benedetto XVI, parlando ai cattolici impegnati nella Chiesa e nella società ricorda, il 25 settembre 2011 a Friburgo, alla luce del Vaticano II, che la testimonianza missionaria della Chiesa emerge in modo più chiaro se questa è distaccata dal mondo: non si tratta di trovare una nuova tattica per rilanciare la Chiesa, “si tratta piuttosto di deporre tutto ciò che è soltanto tattica e di cercare la piena sincerità, che non trascura né reprime alcunché della verità del nostro oggi, ma realizza la fede pienamente nell’oggi vivendola, appunto, totalmente nella sobrietà dell’oggi, portandola alla sua piena identità, togliendo da essa ciò che solo apparentemente è fede, ma in verità è convenzione e abitudine”.

Fabio Zavattaro

(07 maggio 2012)

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