Nell’anno della fede

Philip Goyret, vicerettore della Pusc e docente di ecclesiologia ed ecumenismo

Il 3 e 4 maggio si è tenuto a Roma, presso la Pontificia Università della Santa Croce (Pusc), il congresso internazionale su "Concilio Vaticano II: il valore permanente di una riforma per la nuova evangelizzazione". Vi ha partecipato un centinaio di studiosi e docenti di università da ogni parte dl mondo, per approfondire – così come auspicato da Benedetto XVI – "l’ermeneutica della riforma" e mettere quindi i contenuti del Concilio al servizio della "nuova evangelizzazione". Per tracciare un bilancio dei lavori del congresso abbiamo intervistato Philip Goyret, vice-rettore della Pusc e docente di ecclesiologia ed ecumenismo.

Il Concilio è da considerare una "cosa" per esperti, studiosi, teologi? E il popolo di Dio, come coinvolgerlo per una sua conoscenza diretta?
"Il Concilio ammette diverse letture. La lettura teologica, per esperti, come quella di questo convegno, dove si analizzano storia, genesi, recezione. Però il Concilio è stato di taglio pastorale, e si doveva fare perché la Chiesa deve evangelizzare il mondo e il mondo era ed è cambiato. Quindi la Chiesa doveva fare un passo in avanti. Il Concilio quindi va letto dall’intero popolo di Dio, ma si capisce che la lettura diretta dei documenti può presentare una certa difficoltà. Come si sa, sono lunghi e inoltre si richiede una formazione previa che oggi non è scontata. Si può dire che il contenuto dei documenti conciliari è per tutti ma l’accesso a questi documenti è diverso. Alcuni, gli esperti, hanno accesso diretto. Chi non è familiarizzato ha bisogno della mediazione accademica, pastorale o in parrocchia o in aula. Certamente la sua conoscenza è conveniente e necessaria per l’intero popolo di Dio. L’‘Anno della fede’, che comincerà in ottobre in concomitanza con il 50° del Vaticano II, è proprio un momento opportunissimo è per prendere contatto diretto con il contenuto del Concilio".

Famiglie e parrocchie: quale tipo di conoscenza e approfondimento del Concilio?
"Certo ai più piccoli non si possono leggere i documenti dei Concilio! Tuttavia ci sono contenuti che in qualche modo si rivolgono in modo speciale alla famiglia, ad esempio la ‘Gaudium et Spes’ su matrimonio e famiglia. Pensiamo all’apostolato dei laici: il miglior apostolato è quello che si deve svolgere in famiglia, la trasmissione della fede è tema fondamentale che bisogna spingere, lo troviamo chiaramente nel Vaticano II. La parrocchia può quindi mediare questa conoscenza con dei corsi, incontri sul Vaticano II, con il tentativo di esporre il contenuto in un modo tale che una famiglia normale possano capire e i suoi componenti essere interessati veramente. E questo sarebbe una bella cosa per l’‘Anno della Fede’".

Associazioni, movimenti, fraternità, prelature personali come l’Opus Dei: la Chiesa è destinata a essere "animata", oltre che da clero e religiosi, da fedeli laici un po’ speciali?
"Il rapporto tra il Concilio e queste nuove realtà ecclesiali, che hanno taglio laicale molto forte, è bilaterale, perché molte di queste esistevano prima del Concilio ed esso ha attinto dalla loro presenza. Altre sono post-conciliari e sono quindi ‘frutto’ del Concilio. Evidentemente il rilancio dello apostolato laicale fatto dal Concilio ha spinto molto e ha legittimate queste realtà all’interno della Chiesa. Al contempo, essa ha preso consapevolezza che i pastori non costituiscono il portatore esclusivo della sua missione. È maturata la consapevolezza che la Chiesa è fatta da tutti, laici, pastori, religiosi. Quindi non dovrebbero essere laici ‘speciali’, perché tutti i fedeli laici dovrebbero contribuire all’azione di annuncio. Si potrebbe invece si parlare di alcuni apostolati specializzati, nel senso che la Chiesa cattolica è tale non solo di nome, per distinguerla dalla ortodossa anglicana ecc. Ma, come confessiamo nel Credo, cattolicità vuol dire che il messaggio del Vangelo deve arrivare a tutti gli uomini, ma non solo in senso geografico, bensì rispetto a tutte le realtà secolari: ad esempio università, sanità, emigrati, emergenza educativa, sindacati, intellettuali, militari, gente del mare, sport, arte, cultura. Tante volte la ‘specializzazione’ apostolica consiste proprio in questo permeare col Vangelo questi luoghi dove l’attività più tradizionale delle parrocchie non arriva facilmente".

Ha senso pensare a forme di "sintesi" dei principali documenti conciliari per renderli disponibili al grande pubblico, anche dei non credenti?
"Le sintesi sono sempre un po’ pericolose, perché sintetizzando restano fuori dalla considerazione alcuni temi, magari centrali. D’altra parte, se si vuole arrivare al grande pubblico, i contenuti centrali vanno sintetizzati, almeno in unità conoscitive a portata di mano. Circa l’iniziativa di una sintesi, io sarei un po’ prudente. È un lavoro che andrebbe fatto bene, con prudenza e il placet delle autorità ecclesiastiche, altrimenti si rischia di far dire al Concilio ciò che non ha detto".

(04 maggio 2012)

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