Il valore permanente

Università Santa Croce: "una riforma per una nuova evangelizzazione"

Cosa ha rappresentato il Concilio Ecumenico Vaticano II e cosa ancora deve essere conosciuto, approfondito, sviluppato: sono le questioni sulle quali si sta riflettendo in questi giorni con il congresso internazionale "Concilio Vaticano II: il valore permanente di una riforma per la nuova evangelizzazione", aperto oggi a Roma presso la Pontificia Università della Santa Croce (Pusc) retta dall’Opus Dei. Gli interventi del mattino (Grohe, Villar, De Salis, Hoping) hanno passato in rassegna i fondamenti del Concilio: vale a dire la sua ecumenicità, la costituzione dogmatica "Lumen Gentium", la "ermeneutica della riforma" con esso avviata nella Chiesa e la riforma liturgica con l’introduzione delle lingue vernacole. La riflessione più nel dettaglio dei vari pronunciamenti emersi dal Concilio, sotto forma di decreti e dichiarazioni, è avvenuta con la sessione pomeridiana dei lavori. Il Sir ha raccolto alcuni spunti specifici rispetto ai diversi documenti conciliari affrontati.

Il mistero della Chiesa. Le "novità" del Concilio prendono il via, secondo Geraldo Luiz Borges Hackmann, della Facoltà di teologia della Pontificia Università Cattolica Do Rio Grande Do Sul, in Brasile, con il decreto "Christus Dominus", che si occupa della struttura gerarchica della Chiesa e in particolare dei vescovi. Tra gli aspetti più innovativi, ha detto, c’è la "scoperta fondamentale" della "collegialità episcopale" già affermata dalla "Lumen Gentium". Il vescovo, ha precisato Hackmann, "partecipa della sollecitudine per la Chiesa universale, è il pastore di una Chiesa particolare e coopera con gli altri vescovi al bene delle varie Chiese, soprattutto attraverso la Conferenza episcopale". Si delinea così una dimensione della Chiesa che è, insieme, locale con prerogative, compiti e doveri che il vescovo è chiamato ad assolvere, ma al tempo stesso universale, con uno sguardo e un respiro di azione spirituale e apostolica che abbraccia il mondo intero. Il relatore ha sottolineato che "il mistero della Chiesa si fa presente nella Chiesa particolare. La Chiesa universale non è la somma delle Chiese particolari, ma manifesta pienamente la Chiesa di Cristo in un luogo determinato. La Chiesa particolare è quindi una ‘porzione’, non una ‘parte’ della Chiesa stessa.

Dentro l’emergenza educativa. L’educazione è un altro aspetto che il Concilio ha posto in luce in maniera molto precisa. Così Carmen José Alejos Grau, dell’Università di Navarra in Spagna. Con la dichiarazione "Gravissimus Educationis", viene raccolto l’insegnamento tradizionale della Chiesa sull’importanza della scuola in genere e della scuola cattolica in particolare, considerando al contempo i diritti e doveri dei genitori e il ruolo della Chiesa e dello Stato in ambito educativo. Secondo Grau l’aspetto più rilevante è che "il Concilio parla dell’educazione completa della persona nei suoi diversi aspetti" evidenziando "il diritto di ogni uomo a un’educazione completa". Secondo Grau, lo sviluppo negli ultimi decenni dell’insegnamento cattolico in tema educativo rappresenta un ricco patrimonio di insegnamenti che sarebbero ancora da valorizzare. Ha citato "Il Catechismo della Chiesa cattolica" e il "Compendio della dottrina sociale della Chiesa", testi fondamentali al cui interno sono raccolte numerose suggestioni educative derivanti dalla "Gravissimus Educationis". Sia gli insegnamenti di Giovanni Paolo II sia quelli di Benedetto XVI sono ricchi di richiami all’importanza dell’educazione cristiana con esortazione al diritto-dovere dei genitori di poter dare ai propri figli l’educazione più consona e completa per una formazione umana e cristiana. La relatrice ha poi concluso richiamando altri pronunciamenti, tra cui quello della Conferenza episcopale italiana che ha indetto il decennio dell’educazione per rispondere all’appello del Papa di fronte all’ "emergenza educativa".

Missionarietà. Anche il decreto "Ad Gentes" è tra quelli che necessitano di un ulteriore approfondimento. Ne ha parlato Mariano Delgado dell’Università di Friburgo, secondo il quale questo documento "ha permesso di meglio porre in evidenza la radice originaria della missione, e cioè la vita trinitaria di Dio da cui scaturisce il movimento di amore che dalle Persone Divine di effonde sull’umanità". Delgado ha sottolineato che, rispetto ai molti decenni di diffusione missionaria, ultimamente si registra una certa scarsa capacità di adattamento del cristianesimo europeo. "Il dialogo – ha affermato – deve essere condotto e attuato con la convinzione che la Chiesa è la via ordinaria di salvezza e che solo essa possiede la pienezza dei mezzi di salvezza".

Il dialogo con le altre religioni. Uno sviluppo di questa missione della Chiesa è stata la dichiarazione "Nostra Aetate", sul rapporto con le religioni non cristiane, di cui ha parlato mons. David M. Jaeger della Pontificia Università Antonianum. Si tratta di uno dei testi più conosciuti del Concilio, anche se – ha affermato il relatore – "non si tratta di una novità assoluta". Uno dei nuclei centrali della dichiarazione riguarda i rapporti con l’ebraismo, cui Jaeger attribuisce una importanza significativa in quanto Gesù ha affermato di essere venuto "affinché tutti gli uomini conseguano la salvezza". Quindi per l’ebraismo non c’è "una via parallela alla salvezza (Sonderweg) ed è curioso "che gli ebrei si sentano genuinamente offesi ogniqualvolta ci sia un’affermazione della confessione cristiana dell’unicità salvifica di Cristo", motivata secondo Jaeger da una malintesa lettura della "Nostra Aetate". Il relatore sposa la linea del Papa secondo la quale nel dialogo interreligioso non sono accettabili "compromessi dottrinali", ma servono invece posizioni chiare e rispettose delle diverse posizioni in gioco.

(03 maggio 2012)

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