Fonte e percorso della parola

La riflessione di Benedetto XVI alla luce della "Dei Verbum"

Ispirazione e verità nella Bibbia tema affrontato dalla Pontificia Commissione biblica nella sua recente assemblea plenaria. In un messaggio ai partecipanti, papa Benedetto sottolinea quanto sia fondamentale l’ispirazione e la verità per una "corretta ermeneutica" del messaggio biblico. Che significa capire il significato originale del testo e, per comprenderlo nel suo giusto significato, conoscere l’autore, sapere a chi si rivolgeva con il suo scritto e in quale contesto culturale e storico s’inserisce il testo. Ecco perché il Papa scrive che "il tema dell’ispirazione è decisivo per l’adeguato accostamento alle Sacre Scritture. Infatti, un’interpretazione dei sacri testi che trascura o dimentica la loro ispirazione non tiene conto della loro più importante e preziosa caratteristica, ossia della loro provenienza da Dio". Al tema dell’ispirazione, ha ricordato Benedetto XVI nell’esortazione post sinodale "Verbum Domini", è "connesso anche il tema della verità delle Scritture".

Il Concilio, nella costituzione "Dei Verbum", promulgata da Paolo VI il 18 novembre 1965, afferma che la Parola di Dio che incontriamo nei Testi Sacri "non è un deposito inerte all’interno della Chiesa ma diventa regola suprema della sua fede e potenza di vita. La Tradizione che trae origine dagli Apostoli progredisce con l’assistenza dello Spirito Santo e cresce con la riflessione e lo studio dei credenti, con l’esperienza personale di vita spirituale e la predicazione dei vescovi".
Interessante notare come il Concilio, proprio all’inizio della Costituzione, nel suo proemio, afferma che "intende proporre la genuina dottrina sulla rivelazione e la sua trasmissione, affinché per l’annuncio della salvezza il mondo intero ascoltando creda, credendo speri, sperando ami". Guardiamo, in questa citazione di sant’Agostino, la sequenza dei verbi: annunciare, ascoltare, credere, sperare, amare. Non è un caso che il testo sia il frutto del lavoro di una Commissione mista nominata da Giovanni XXIII, dopo la bocciatura del primo schema del documento, e formata da cardinali e vescovi della Commissione per la fede e del Segretariato per l’unità dei cristiani. Ecco la novità giovannea: la Parola riguarda tutti i cristiani e il processo ecumenico non può fare passi in avanti se non parte proprio dalla Parola.

Benedetto XVI nel suo viaggio in Germania, settembre dello scorso anno, si ferma a Erfurt, la città dove Martin Lutero ha vissuto e studiato, e propone una riflessione a partire dalla domanda del padre della Riforma: "Come posso avere un Dio misericordioso?". Domanda che è la "forza motrice di tutto il suo cammino", ricorda ancora, affermando: "Chi, infatti, oggi si preoccupa ancora di questo, anche tra i cristiani? Che cosa significa la questione su Dio nella nostra vita?". L’unico Dio, affermava ancora il Papa ai rappresentanti del Consiglio della Chiesa evangelica, "il creatore del cielo e della terra […] ha un volto e ci ha parlato". Ciò che promuove la causa di Cristo "era per Lutero il criterio ermeneutico decisivo nell’interpretazione della Sacra Scrittura. Questo, però, presuppone che Cristo sia il centro della nostra spiritualità e che l’amore per Lui, il vivere insieme con Lui orienti la nostra vita".
Torniamo così ai verbi del proemio conciliare, e li possiamo leggere anche nella valenza ecumenica. Certo, il cristiano è colui che ama, non solo colui che è a lui prossimo, ma anche il nemico. L’amore è la chiave di tutto ma ha bisogno, per sant’Agostino e per i padri conciliari, di un cammino: c’è innanzitutto l’annuncio della salvezza, che chiede il nostro ascolto non passivo – la domanda di Lutero, dice ancora il Papa a Erfurt, deve inquietare tutti i cristiani, "deve diventare di nuovo, e certamente in forma nuova, anche la nostra domanda, non accademica, ma concreta" – e attraverso l’annuncio della salvezza si ascolta. Ed è attraverso questo ascolto che si crede, si apre il cuore alla speranza, ed è a questo punto che l’uomo comincia ad amare.

Ama di quell’amore vero che è innanzitutto rispetto dell’altro, capacità di accogliere, ascoltare. Il cristiano non è l’uomo dell’apparenza, ma della mano che non conosce l’azione dell’altra, della gioia anche nei momenti più difficili, perché sa di non essere solo: il cristiano non è mai solo, ricordava a Pasqua papa Benedetto. Una gioia che non è il sorriso stampato sulla faccia, sempre e comunque; ma è sorriso interiore, un ottimismo che non nasconde colpe, peccati. Le persone oggi, anche i cristiani, danno per scontato, sono sempre parole di Benedetto XVI a Erfurt, che Dio "non si interessa dei nostri peccati e delle nostre virtù". Sa che siamo peccatori e alla fine chiuderà un occhio. Papa Benedetto si domanda: "Ma sono veramente così piccole le nostre mancanze? Non viene forse devastato il mondo a causa della corruzione dei grandi, ma anche dei piccoli, che pensano soltanto al proprio tornaconto?". Non viene devastato a causa della droga, minacciato dalla crescente violenza "che, non di rado, si maschera con l’apparenza della religiosità? La fame e la povertà potrebbero devastare a tal punto intere parti del mondo se in noi l’amore di Dio e, a partire da Lui, l’amore per il prossimo, per le creature di Dio, gli uomini, fosse più vivo?". Il male non è un’inezia, ma "non potrebbe essere così potente se noi mettessimo Dio veramente al centro della nostra vita". Ecco che torna la domanda di fondo di Martin Lutero: "Qual è la posizione di Dio nei miei confronti, come mi trovo io davanti a Dio?".

Fabio Zavattaro

(26 aprile 2012)

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