La strada maestra

Ecumenismo: Benedetto XVI e Rowan Williams

Un luogo altamente significativo per il cammino ecumenico; un ordine monastico che celebra mille anni di storia; un eremo che fa memoria di un Codice che è stato una delle fonti più importanti della Costituzione e della democrazia in Italia. I vespri celebrati nella chiesa di san Gregorio Magno al Celio da papa Benedetto XVI e dall’arcivescovo di Canterbury e primate della Comunione anglicana Rowan Williams evocano tutto questo. La celebrazione di sabato 10 marzo, nella chiesa a due passi dal Colosseo e dal Circo Massimo, è occasione per riflettere su quanta strada ha fatto il movimento ecumenico dal Concilio Vaticano II a oggi.
Come tutti i processi ha conosciuto alti e bassi, momenti di grande euforia ed episodi che hanno allontanato la prospettiva di quell’"ut unum sint", di quell’impegno all’unità che proprio il Concilio ha cercato di rendere cammino comune delle Chiese, perché la divisione "non solo contraddice apertamente alla volontà di Cristo, ma anche è scandalo al mondo". Con il Vaticano II, la Chiesa cattolica supera le riserve che le avevano impedito di prendere parte al processo insieme alle altre Chiese. Il nuovo atteggiamento è figlio dell’impegno paziente e nascosto di tanti pionieri che hanno creato le condizioni perché all’ecumenismo fosse riconosciuto diritto di cittadinanza, ed è legato ai documenti conciliari, in primo luogo il decreto sull’ecumenismo – "Unitatis redintegratio" – e la costituzione sulla Chiesa, la "Lumen gentium".
La chiesa di San Gregorio al Celio vive anche della memoria di passi comuni compiuti nel tempo, da quando san Gregorio Magno, lui stesso un monaco prima di essere eletto Papa, inviò sant’Agostino di Canterbury e 40 monaci benedettini in Gran Bretagna nel 597. Dai monasteri in terra d’Inghilterra i monaci hanno raggiunto il centro dell’Europa evangelizzando il continente dall’Olanda alla Svizzera, dalla Germania all’Austria. Nella chiesa monastero già altre due volte il Papa ha incontrato l’arcivescovo di Canterbury: due preghiere ecumeniche che il beato Giovanni Paolo II ha condiviso con il primate anglicano Robert Runcie, il 30 settembre 1989, e con il successore George Carey, il 5 dicembre 1996.
Impensabili fino al Concilio, questi incontri, come le Giornate di preghiera per la pace di Assisi, le visite alle altre confessioni in Italia e all’estero, sono diventati momenti di reciproco incontro e crescita nella conoscenza.

Il Concilio non si è limitato a ripensare la concezione cattolica della Chiesa e le linee di un futuro dialogo, ma ha rappresentato una svolta anche nel rapporto con le altre Chiese. Lo stesso invito a mandare "osservatori" ai lavori del Concilio, cioè rappresentanti ufficiali delle altre confessioni che potevano non solo seguire quanto avveniva all’interno della basilica vaticana trasformata in una grande aula, ma potevano informare liberamente le rispettive Chiese sullo svolgimento dei lavori stessi, ne è una prova. Il Concilio, così, non è stato solo un avvenimento vissuto all’interno della Chiesa cattolica, ma ha influenzato anche le altre Chiese, tanto che i delegati non cattolici al termine dei lavori del Concilio, in una dichiarazione (4 dicembre 1965), manifestavano apprezzamento, dichiarando di aver preso parte non come spettatori distaccati ma con spirito di vera partecipazione, perché "quanto avviene all’interno di una Chiesa, interessa pure tutte le altre. Nonostante le divisioni, le Chiese restano tuttavia unite nel nome di Cristo. Noi osservatori siamo convinti che la comunione che è stata raggiunta fino a questo momento può crescere ancora e sicuramente crescerà".
Proprio la partecipazione, anzi l’incontro effettivo tra cristiani avvenuto nel Concilio ha posto le premesse per la collaborazione concreta che, dopo la conclusione del Vaticano II, si è sviluppata in vari modi, dal Consiglio ecumenico delle Chiese ai vari dialoghi bilaterali, con gli anglicani innanzitutto, ma anche con il mondo luterano e protestante. Insomma con il Concilio, come ricordava Giovanni Paolo II, la Chiesa si è impegnata "in modo irreversibile" a percorrere la via della ricerca ecumenica. E proprio con il Concilio tra le mani abbiamo assistito a incontri davvero storici, a partire da quell’abbraccio nella nunziatura di Gerusalemme tra papa Paolo VI e il patriarca ortodosso Atenagora I, fino alla visita di papa Benedetto, nel recente viaggio in Germania, alla Comunità luterana nel convento di Erfurt, il luogo dove Martin Lutero ha studiato.

Certo, ci sono problemi e scelte che ancora dividono le Chiese. Ricordava Giovanni Paolo II al patriarca ortodosso di Romania, Teoctist: "Abbiamo conosciuto contrasti, recriminazioni, reticenze interiori e chiusure reciproche. Tuttavia, e voi e noi siamo insieme testimoni del fatto che, nonostante queste divisioni, al momento della grande prova, quando le nostre Chiese sembravano scosse fino alle fondamenta, anche qui, in questa terra di Romania, i martiri e i confessori hanno saputo glorificare il nome di Dio con un solo cuore e con una sola anima". Le Chiese ortodosse e la Chiesa cattolica hanno percorso un lungo cammino di riconciliazione, "non è forse giunto il momento – si chiedeva ancora papa Wojtyla nell’incontro del maggio 1999 – di riprendere risolutamente la ricerca teologica, sostenuta dalla preghiera e dalla buona disposizione di tutti i fedeli, ortodossi e cattolici?". Una visita che ha posto, ancora una volta, in primo piano il cammino verso la piena unità. Tornato in Vaticano, nell’udienza del mercoledì, riferendosi alla situazione dei credenti in Romania, Giovanni Paolo II diceva: "Unica è la testimonianza che ortodossi, cattolici e protestanti hanno reso a Cristo con il sacrificio della loro vita. Dall’eroismo di questi martiri scaturisce un incoraggiamento alla concordia e alla riconciliazione per superare le divisioni tuttora esistenti".

Fabio Zavattaro

(15 marzo 2012)

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