In fondo al tunnel

Un chiarore che consente di camminare verso la gioia

Un tunnel oscuro. Ma nell’oscurità si vedeva un po’ di luce e soprattutto si sentiva bella musica. È il racconto di un amico in coma che il cardinale di Kinshasa Laurent Monsengwo Pasinya ha proposto in una meditazione durante la settimana di ritiro spirituale della Curia romana, presente il Papa. Immagine che Benedetto XVI ripropone, definendola una parabola della nostra vita: "Spesso ci troviamo in un tunnel oscuro in piena notte, ma, per la fede, alla fine vediamo luce e sentiamo una bella musica, percepiamo la bellezza di Dio, del cielo e della terra, di Dio creatore e della creatura".
È la stessa luce che aiuta i discepoli ad attraversare il "buio fitto" della passione e della morte di Gesù, quando "lo scandalo della croce sarà per loro insopportabile. Commenta il Papa, all’angelus di questa seconda domenica di Quaresima: Dio è la luce che Cristo vuole donare all’uomo per proteggerlo "dagli assalti delle tenebre. Anche nella notte più oscura, Gesù è la lampada che non si spegne mai".
Cos’è la Quaresima se non un tempo per leggere e per leggersi, come ricorda il priore della Comunità di Bose, Enzo Bianchi; un tempo, cioè, per ritrovare quella specificità del cristiano che è non-conformismo rispetto alle cose del mondo. Una specificità che richiama il silenzio del deserto, il luogo della prova e dell’ascolto della parola.

Proviamo così anche noi a riscoprire la voglia di ascoltare e di leggere. Tiriamo via dai ripiani alti della nostra libreria i documenti conciliari, togliamo un po’ di polvere e riscopriamo queste parole antiche e sempre nuove. Titoli in latino ci parlano di un tempo lontano; ma il Concilio ha reso presente quel tempo: non ha mutato la lingua della liturgia, lo stile, i segni e i gesti quasi per un gusto estetico, ma li ha resi presenti, vivi. Il Vaticano II è stato il punto di arrivo di una vivacità ecclesiale e teologica che aveva caratterizzato la vita dei cattolici fin dall’inizio del Novecento e che aveva come fulcro il rinnovamento della Chiesa per renderla sempre più capace di pensare nuovi stili di presenza nel mondo e nuove strade di dialogo.
Anche con questa semplice immagine della luce in fondo al tunnel, il Papa ci aiuta con i suoi riferimenti, a togliere un po’ di polvere. E l’immagine della luce richiama subito l’incipit della Costituzione dogmatica sulla Chiesa, quella Lumen gentium – promulgata il 21 novembre 1964, con 2.151 voti favorevoli e solo 5 contrari – che indica Cristo luce delle genti, la cui "luce spendente sul volto della Chiesa" illumini "tutti gli uomini annunciando il Vangelo ad ogni creatura".
Se la Chiesa è chiamata a condividere le gioie e le speranze, ma anche i dolori e le angosce dell’uomo di oggi, può farlo solo andando alla radice del suo essere madre e maestra, compagna nel cammino dell’umanità pellegrina su questa terra. Andare alla radice significa anche riscoprire un linguaggio che è nella nostra memoria ma che fatica a tornare in superficie.

La testimonianza di quanti, nelle più sperdute latitudini o nelle nostre confuse città, ascoltano i segni dei tempi e mettono in pratica quelle parole antiche e nuove, ci può essere di aiuto. Ricordiamo don Andrea Santoro, che aveva come scopo della sua missione "essere luce del mondo". Così nel 2000 parte per la Turchia, inizia il suo dialogo che si è interrotto il 5 febbraio del 2006, mentre pregava nella chiesa di Santa Maria a Trabzon, con la Bibbia in lingua turca tra le mani. Potremmo ancora ricordare tanti missionari, sacerdoti che qualcuno ha voluto fermare perché per loro era difficile se non impossibile reggere il confronto con il coraggio della luce di questi testimoni. Ma ci sono anche sacerdoti che non hanno sacrificato la loro vita, ma hanno dato un grande contributo nella vigna del Signore. Un’altra espressione che Benedetto XVI, nel giorno della sua elezione ha offerto al mondo, e che leggiamo proprio nel primo capitolo della Lumen gentium.
È proprio di pochi giorni fa la notizia che in un paese dove i cristiani sono perseguitati da un dilagante fondamentalismo islamico e da leggi che mettono a morte chi viene accusato di blasfemia – come non ricordare Asia Bibi, la donna in carcere dal 2009 su cui pende una condanna a morte, o la vicenda del ministro Batti – un missionario è stato premiato dal governo pakistano per i servizi alla salute, all’educazione e alla cura dei rapporti interreligiosi. Si tratta di padre Robert McCulloch che ha lavorato in Pakistan per oltre 30 anni e che è stato insignito della Sitara-e-Quaid-e-Azam, la più alta onorificenza civile della nazione. Durante le inondazioni dello scorso anno che sconvolsero il Pakistan, il missionario ha prestato soccorso a oltre un migliaio di famiglie del Pakistan meridionale, aiutando nella costruzione di abitazioni per dare riparo alle vittime della catastrofe.

Un impegno e una testimonianza che trovano eco nelle parole della Lumen gentium che parla di una Chiesa che "circonda di affettuosa premura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente, e si premura di sollevarne l’indigenza, e in loro intende servire Cristo". Una testimonianza che spetta anche ai laici, chiamati a vivere nelle normali condizioni della vita, familiare e sociale, e a "illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano sempre fatte secondo Cristo".

Fabio Zavattaro

(05 marzo 2012)

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