Sale e luce

Il "non conformismo dei cristiani" in Paolo VI e Benedetto XVI

Quaranta giorni, il tempo dell’attesa, della purificazione; cifra simbolica che richiama la Quaresima e ci chiede di essere pronti ad assumerci le nostre responsabilità; tempo delle decisioni mature.
Quaranta sono i giorni e le notti che Noè trascorre nell’arca durante il diluvio; che Mosè passa sul monte Sinai, per accogliere la legge e in questo tempo digiuna. Quaranta sono gli anni che il popolo d’Israele impiega per raggiungere dall’Egitto la terra promessa. Il profeta Elia impiega quaranta giorni per raggiungere il monte Oreb dove incontra Dio. Quaranta sono i giorni che Gesù trascorre nel deserto, il luogo del silenzio e delle tentazioni. La Quaresima ci offre l’opportunità di riflettere sul cuore della vita cristiana, la carità, ha detto il Papa. E il Mercoledì delle Ceneri ci ricorda che tutta la nostra esistenza è come quella cenere, polvere che consuma le nostre sicurezze, il nostro orgoglio. Polvere come la sabbia del deserto.
I quaranta giorni che abbiamo di fronte servono per mettere ordine nella nostra vita e nelle relazioni con Dio, con il creato, con gli altri. Lo ricorda Benedetto XVI nel messaggio per la Quaresima con l’invito ad essere attenti gli uni verso gli altri, "a non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli". Spesso, invece, prevale l’atteggiamento contrario: "L’indifferenza, il disinteresse, che nascono dall’egoismo, mascherato da una parvenza di rispetto per la sfera privata". Il grande comandamento dell’amore del prossimo "esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio". Paolo VI nella "Populorum progressio" ricordava che il male del mondo risiede soprattutto nella "mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli".

Proprio nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa, la "Lumen gentium", del 21 novembre 1964, il Concilio offre la chiave di lettura dell’impegno dei laici nella comunità, e individua l’impegno della Chiesa, della comunità in quel prestare attenzione a Gesù che è responsabilità verso il fratello. Si legge, infatti, nel documento conciliare: "Come Cristo è stato inviato dal Padre a dare la buona novella ai poveri, a guarire coloro che hanno il cuore contrito, a cercare di salvare ciò che era perduto; così la Chiesa circonda di affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore povero e sofferente, si premura di sollevarne l’indigenza, e in loro intende servire Cristo".
È alla luce di queste parole che prende corpo tutta una presenza di Chiesa, di comunità là dove l’uomo soffre, è perseguitato, ferito. È qui che il prestare attenzione al fratello, al prossimo – cioè a colui che mi è prossimo – diventa impegno inderogabile. Ma sarebbe un errore leggere questo impegno solo dal punto di vista della solidarietà, dell’aiuto materiale. Il prendersi cura del proprio fratello, è attenzione al bene spirituale. È in questa luce che va interpretato l’impegno del credente. "Per loro vocazione – si legge sempre nella ‘Lumen gentium’ – i laici sono chiamati a cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti e singoli i doveri e affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta". Ed è qui che sono chiamati al loro impegno di essere sale e luce del mondo.

Rileggere il Concilio a cinquant’anni dalla sua apertura non è solo un modo per riflettere sul grande cammino compiuto dalla Chiesa per essere sempre più vicina alle donne e agli uomini pellegrini su questa terra, ma è anche occasione per ravvivare l’impegno del credente, soprattutto di quei cristiani, come ha sottolineato proprio Benedetto XVI nel messaggio per la Quaresima, che "per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene comune". C’è un "non conformismo" del cristiano che diventa capacità di distinguere, come dice il Concilio, "tra i diritti e i doveri che incombono ai laici in quanto sono aggregati alla Chiesa, e quelli che loro competono in quanto membri della società umana" mettendoli "in armonia" guidati dalla coscienza cristiana. C’è una comunione tra i cristiani "che li lega gli uni agli altri come membra di un solo corpo".
Ancora Paolo VI ci dice che "nel disegno di Dio ogni uomo è chiamato a uno sviluppo, perché ogni vita è vocazione". Ma lo sviluppo "non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere sviluppo autentico, deve essere integrale, volto alla promozione di ogni uomo, di tutto l’uomo". C’è una scala di valori, sono sempre parole di Papa Montini nella "Populorum progressio", c’è un legittimo desiderio del necessario, ma "l’acquisizione dei beni temporali può condurre alla cupidigia, al desiderio di avere sempre di più e alla tentazione di accrescere la propria potenza". L’avarizia "è la forma più evidente del sottosviluppo morale". Il Papa del Concilio afferma che il perseguimento dello sviluppo "esige ancor più uomini di pensiero capaci di riflessione profonda, votati alla ricerca d’un umanesimo nuovo, che permetta all’uomo moderno di ritrovare se stesso, assumendo i valori superiori di amore, di amicizia, di preghiera e di contemplazione". Solo così si potrà compiere in pienezza "il passaggio, per ciascuno e per tutti, da condizioni meno umane a condizioni più umane".

Fabio Zavattaro

(02 marzo 2012)

Altri articoli in Dossier

Dossier