La nostalgia di un abbraccio

La Chiesa nel tempo della sofferenza di ogni uomo

"Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore". È l’incipit della Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, la "Gaudium et spes" del 7 dicembre 1965.
Tornano alla mente queste parole mentre celebriamo la Giornata mondiale del malato, perché tristezze e angosce, gioie e speranze sono i sentimenti che ognuno di noi vive soprattutto nel momento in cui si trova a fare i conti con il mondo della malattia e con il male. L’aspetto sul quale fermare la nostra attenzione, nel messaggio che Benedetto XVI ha voluto inviare in occasione della Giornata dell’11 febbraio, risiede nel passo del Vangelo di Luca sull’incontro con i lebbrosi. Ci dice innanzitutto che per Gesù niente è così grave e terribile da allontanare qualcuno definitivamente da Dio; nessuno è "impuro" – come veniva considerato il lebbroso; impuro cioè bisognoso di essere purificato, perché il male allontanava da Dio – da lasciare ai margini della società, lontano da tutto e da tutti.

È la sostanza profonda del messaggio del Concilio Ecumenico Vaticano II, di una Chiesa che si apre sempre più al mondo, per essere compagna di tutto l’uomo e di ogni uomo. La richiesta del lebbroso, narrata da Luca, è molto più della semplice guarigione dal male: è la richiesta di tornare a far parte della comunità, di poter essere di nuovo "insieme" nella società e nella vita religiosa. Ci ricorda la "Gaudium et spes" che di fronte alla morte "l’enigma della condizione umana diventa sommo. Non solo si affligge, l’uomo, al pensiero dell’avvicinarsi del dolore e della dissoluzione del corpo, ma anche, e anzi più ancora, per il timore che tutto finisca per sempre". Ma l’uomo porta con sé il germe dell’eternità: "Il prolungamento della longevità biologica – leggiamo ancora nella ‘Gaudium et spes’ – non può soddisfare quel desiderio di vita ulteriore che sta dentro invincibile nel suo cuore". E il Papa, nel suo messaggio per la Giornata del malato, sottolinea, a sua volta, come la fede del lebbroso, che torna da Gesù per ringraziarlo, "lascia intravedere che la salute riacquistata è segno di qualcosa di più prezioso della semplice guarigione fisica, è segno della salvezza che Dio ci dona attraverso Cristo".
Se possiamo unire questi due testi tra loro diversi e di epoche distanti, forse lo si può fare proprio guardando all’aspetto della guarigione, interiore non solo esteriore: Gesù mangia con i pubblicani, con i peccatori; non ha paura del "contagio", niente per lui è impuro, perché lo vince proprio con la sua vicinanza, con il suo stendere la mano per far alzare il malato. L’uomo è liberato dalla malattia, dal peccato: è guarito e purificato nell’amicizia con Dio. Così il Concilio ci dice che l’uomo può tendere al bene, può vincere il male, il peccato, se si affida al Signore. Scrivono i padri conciliari, nel messaggio ai poveri e agli ammalati: "La nostra pena si accresce al pensiero che non è in nostro potere di apportarvi la salute corporale, né di diminuire i vostri dolori fisici, che medici, infermieri e tutti coloro che si consacrano ai malati si sforzano di alleviare facendo del loro meglio". Il momento della sofferenza, ricorda Benedetto XVI, è il tempo in cui "potrebbe sorgere la tentazione di abbandonarsi allo scoraggiamento e alla disperazione", ma anche il momento in cui "ripensare alla propria vita, riconoscendone errori e fallimenti, sentire la nostalgia dell’abbraccio del Padre e ripercorrere il cammino verso la sua Casa".
Con altre parole, i padri conciliari ricordano che "la sola verità capace di rispondere al mistero della sofferenza e di apportarvi un sollievo senza illusione" è la fede e l’unione a Cristo. "Non ha abolito la sofferenza e non ci ha voluto nemmeno svelare interamente il mistero: l’ha presa su di lui".

Il momento della sofferenza lo abbiamo vissuto, indirettamente, negli ultimi tempi del pontificato del beato Giovanni Paolo II: il male lo ha progressivamente bloccato, prima fermandolo nei movimenti, poi, impedendogli di parlare. Ma nonostante le limitazioni ha mostrato, nella sua debolezza, una forza che ha stupito il mondo. È il Papa del Vangelo della sofferenza, che, nella lettera agli anziani, scrive che, nonostante le "limitazioni sopraggiunte con l’età, conservo il gusto della vita". E aggiunge: "Trovo una grande pace nel pensare al momento in cui il Signore mi chiamerà: di vita in vita! Per questo mi sale spesso alle labbra, senza alcuna vena di tristezza, una preghiera che il sacerdote recita dopo la celebrazione eucaristica: nell’ora della morte chiamami, e comanda che io venga a te. È la preghiera della speranza cristiana, che nulla toglie alla letizia dell’ora presente, mentre consegna il futuro alla custodia della bontà divina".
La religiosità di Giovanni Paolo II si è forgiata e maturata nelle difficoltà e nella sofferenza di una Chiesa costretta al silenzio, ma capace di ascoltare l’uomo e di accompagnarlo nei cambiamenti. Il Concilio, i Papi che hanno vissuto quella grande stagione, invitano l’uomo, il credente ad avere la capacità di ascoltare non solo le parole ma anche il silenzio di Dio, che non è assenza, ma un modo diverso di essere presente accanto a ognuno di noi.

Fabio Zavattaro

(13 febbraio 2012)

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