Un atto di amore

L'Anno della fede: da Paolo VI a Benedetto XVI

Un Anno della fede per riflettere sul grande dono del Concilio Ecumenico Vaticano II; per dare "rinnovato impulso alla missione di tutta la Chiesa di condurre gli uomini fuori dal deserto in cui spesso si trovano verso il luogo della vita, l’amicizia con Cristo che ci dona la vita in pienezza". Momento "di grazia e d’impegno" lo ha definito papa Benedetto lo scorso ottobre, annunciando la Lettera apostolica "Porta Fidei", con la quale dava le indicazioni pastorali per la celebrazione.
Ma intanto qualche ulteriore lettura proviamo a farla, partendo innanzitutto dalla data: 11 ottobre 2012. Inizierà quel giorno l’Anno della fede, a 50 anni dall’apertura del Concilio, 11 ottobre 1962. A venti anni dalla promulgazione del Catechismo della Chiesa cattolica, 11 ottobre 1992. Qui abbiamo subito una prima indicazione, e cioè che il catechismo della Chiesa cattolica, "sussidio prezioso e indispensabile", è lo strumento giusto per comprendere il Concilio. Per questo l’Anno della fede, afferma ancora Benedetto XVI nella "Porta Fidei", dovrà esprimere "un corale impegno per la riscoperta e lo studio dei contenuti fondamentali della fede che trovano nel Catechismo della Chiesa cattolica la loro sintesi sistematica e organica". È nel Catechismo che si trova la "ricchezza d’insegnamento che la Chiesa ha accolto, custodito e offerto nei suoi duemila anni di storia".
Sempre nell’ottobre prossimo, Benedetto XVI ha voluto si celebrasse un Sinodo dei vescovi sul tema "La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana"; occasione per accompagnare, è il Papa stesso a sottolinearlo, "l’intera compagine ecclesiale a un tempo di particolare riflessione e riscoperta della fede".

Quante eco nell’avvenimento che ci prepariamo a vivere, a partire dall’Anno della fede che papa Paolo VI volle celebrare a due anni dalla conclusione del Vaticano II, per fare memoria, ma non solo, del martirio degli apostoli Pietro e Paolo. Montini viveva la preoccupazione del suo tempo, di quel turbolento post-Concilio con le sue sperimentazioni liturgiche e con l’elaborazione di quel catechismo della Chiesa olandese che l’anno prima, 1996, aveva visto la luce. Paolo VI chiese alla Commissione di esaminare il testo olandese e la risposta fu che si voleva sostituire "una ortodossia moderna ad una ortodossia tradizionale".
Così Paolo VI, che aveva partecipato, guidato e concluso il Vaticano II, convocò l’Anno della fede per dire che se il Concilio "non tratta espressamente della fede, ne parla ad ogni pagina, ne riconosce il carattere vitale e soprannaturale, la suppone integra e forte, e costruisce su di essa le sue dottrine". E ricordava alcuni documenti conciliari come la "Lumen Gentium", nella quale emerge "la necessità congiunta della Chiesa insegnante e della fede"; o il decreto sull’ecumenismo "Unitatis Redintegratio", dove si evidenzia la "purezza della fede, asserita proprio in funzione del dialogo ecumenico; o ancora la dichiarazione sull’educazione cristiana "Gravissimum Educationis", che ribadisce "l’incontro della fede e della ragione in un’unica verità". Un’occasione, l’Anno della fede per papa Montini, per "rendersi conto dell’essenziale importanza che il Concilio, coerente con la tradizione dottrinale della Chiesa, attribuisce alla fede, alla vera fede, quella che ha per sorgente Cristo e per canale il magistero della Chiesa". Chiara la preoccupazione del Papa che coglieva nelle "fughe in avanti", come appunto quella del Catechismo olandese, un rischio per l’attuazione stessa delle indicazioni uscite dal Concilio ecumenico.

Se vogliamo, è la stessa attenzione di Paolo VI a guidare la scelta di Benedetto XVI – anche lui ha partecipato al Vaticano II – nell’indire l’Anno, e cioè indicare con il Concilio l’"essenziale importanza" attribuita alla fede. Non si tratta di cercare una nuova ideologia ma semplicemente d’indicare nell’incontro con Dio la luce che guida i nostri passi. In Gesù Cristo, scrive Benedetto XVI, "trova compimento ogni travaglio e anelito del cuore umano. La gioia dell’amore, la risposta al dramma della sofferenza e del dolore, la forza del perdono davanti all’offesa ricevuta e la vittoria della vita dinanzi al vuoto della morte".
Benedetto XVI invita poi a compiere un percorso che aiuti a comprendere in modo più profondo "i contenuti della fede", affidandosi "totalmente a Dio, in piena libertà".
Paolo VI concluse l’Anno della fede pronunciando, il 30 giugno 1968, il "Credo del popolo di Dio". Ed ecco un’altra data che non va dimenticata: è l’anno della contestazione giovanile, il 1968, che inizia negli Stati Uniti e come un vento soffia in tutti i Paesi europei, anche al di là della Cortina di ferro con quella "Primavera di Praga" che nell’agosto del 1968 sarà repressa dai carri armati del Patto di Varsavia e che avrà un epilogo nel terribile gesto di Jan Palach, che si dà fuoco in piazza San Venceslao. È l’anno del dissenso cattolico, dell’Isolotto di Firenze, dell’uccisione di Martin Luther King. La preoccupazione di papa Montini trova eco in quell’atto d’amore per la Chiesa e per l’umanità che è il "Credo del popolo di Dio", il cui testo ha ricevuto l’apporto iniziale di Jacques Maritain. È un Papa che chiede di credere nell’"intensa sollecitudine" della Chiesa per "le necessità degli uomini, per le loro gioie e le loro speranze, i loro sforzi e i loro travagli"; che chiama gli uomini a contribuire "al bene della loro città terrena, a promuovere la giustizia, la pace e la fratellanza tra gli uomini, a prodigare il loro aiuto ai propri fratelli, soprattutto ai più poveri e ai più bisognosi".

Fabio Zavattaro

(06 febbraio 2012)

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