L’ora dei martiri

SINODO MEDIO ORIENTE

Il ricordo dei martiri al Sinodo: il 14 ottobre pomeriggio, nell’assise dei vescovi, sono stati ricordati i martiri cristiani delle Chiese del Medio Oriente e toccati temi legati al rispetto dei diritti umani, in particolare quello della libertà di coscienza.Una Via Crucis. "La Chiesa in Medio Oriente vive in questo momento la sua Via Crucis e la sua via di purificazione che porta al rinnovamento, alla risurrezione. Le sofferenze e le angosce del presente sono i gemiti di una nuova nascita". È stata l’interpretazione data da mons. Edmond Farhat, arcivescovo titolare di Biblo e nunzio apostolico, alle drammatiche condizioni in cui versano i cristiani mediorientali, le cui cause vanno ricercate nella "mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese", nel "non rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani", e nell’"egoismo delle grandi potenze". L’arcivescovo ha descritto la situazione del Medio Oriente "come un organo vivente che ha subito un trapianto che non riesce ad assimilare e che non ha avuto specialisti che la curassero. Come ultima risorsa l’Oriente arabo musulmano ha guardato alla Chiesa credendo, come dentro di sé pensa, che sia capace di ottenergli giustizia. Non è stato così. È deluso, ha paura. La sua fiducia si è trasformata in frustrazione. Il Medio Oriente musulmano nella sua schiacciante maggioranza è in crisi. Non trova alleati né sul piano umano né sul piano politico, meno ancora sul piano scientifico. Si rivolta". Dalla frustrazione, ha spiegato Farhat, sono nate "le rivoluzioni, il radicalismo, le guerre, il terrore. Volendo farsi giustizia da solo il radicalismo ricorre alla violenza. Crede di fare più scalpore se si attacca ai corpi costituiti. Il più accessibile e il più fragile è la Chiesa". "Non conoscendo la nozione di gratuità" il radicalismo "accusa i cristiani di avere dei pensieri nascosti di proselitismo, di essere complici delle potenze imperialiste" e così dall’Iraq alla Turchia, al Pakistan fino all’India, "le vittime si sono moltiplicate". Mons. Luigi Padovese, don Andrea Santoro in Turchia, l’avvocato assassinato con la sua famiglia in Pakistan, mons. Claverie e i religiosi e le religiose in Algeria, i fedeli innocenti, assassinati durante la guerra del Libano sono tutti "facili prede". "È il momento della purificazione e dei dolori del parto, anche nella società musulmana. È la nostra missione che nessun altro può svolgere al posto nostro. Si tratta di parlare non solo di Dio, ma anche di Gesù Cristo, in arabo. Bagnata dal sangue dei suoi martiri, la Chiesa in Medio Oriente fiorirà come la vigna del Signore e porterà molti frutti".Grido di aiuto. La figura di mons. Padovese, ucciso dal suo autista lo scorso giugno, è stata ricordata anche da mons. Ruggero Franceschini, presidente della Conferenza episcopale turca e amministratore apostolico del Vicariato di Anatolia, retto fino al momento del suo omicidio, dallo stesso Padovese. "Voglio cancellare – ha detto mons. Franceschini – le insopportabili calunnie fatte circolare dagli stessi organizzatori del delitto. Perché di questo si tratta: omicidio premeditato, dagli stessi poteri occulti che il povero Luigi aveva, pochi mesi prima, indicato come responsabili dell’assassinio di don Andrea Santoro, del giornalista armeno Dink e dei quattro protestanti di Malatya; cioè un’oscura trama di complicità tra ultranazionalisti e fanatici religiosi, esperti in strategia della tensione". "La situazione pastorale e amministrativa del Vicariato dell’Anatolia è grave – ha lamentato il presidente dei vescovi turchi – i motivi sono le divisioni all’interno della comunità cristiana, già fragile di per sé; la gestione dell’economia di tutto il Vicariato e la gravissima scarsità di personale missionario". "Alla Chiesa chiediamo quello che ora ci manca: un Pastore, qualcuno che lo aiuti, i mezzi per farlo, e tutto questo con ragionevole urgenza. Siamo una Chiesa antichissima, tanto povera quanto ricca di una tradizione che solo Gerusalemme e Roma possono vantare. Non cominceremo certo adesso a lamentarci, non è nostro uso; ma certo – ha concluso – un’attenzione particolare merita la nostra gente e chi ha versato il sangue". Una risoluzione ad hoc. Una risoluzione Onu sulla libertà religiosa come alternativa alla risoluzione sulla diffamazione delle religioni. È quanto ha proposto il card. Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, nel corso del suo intervento al Sinodo. "Occorrerebbe ribadire – ha detto il cardinale – il fatto che libertà religiosa autentica include la libertà di predicare e di convertire. Inoltre, è da notare che in alcuni Paesi, il discorso sulla libertà religiosa è sempre visto con diffidenza. Per questi, la libertà religiosa implica relativismo religioso, indifferentismo e la negazione del patrimonio religioso del Paese". Ma non è così. "Le Chiese e le religioni di minoranza in Medio Oriente non devono subire discriminazione, violenza, propaganda diffamatoria (anti-cristiana), la negazione di permessi di costruire edifici di culto, e di organizzare funzioni pubbliche. La promozione delle Risoluzioni contro diffamazione delle Religioni nel quadro dell’Onu non deve limitarsi a Islam (Islamofobia) nel mondo occidentale. Essa deve includere Cristianesimo (Cristianofobia: la religione e le comunità dei credenti) nel mondo Islamico". Da qui la proposta di "promuovere l’adozione, sempre nel quadro Onu, d’una risoluzione sulla libertà religiosa come alternativa alla risoluzione sulla diffamazione delle religioni".

(15 ottobre 2010)

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