Insieme nella sofferenza

SINODO MEDIO ORIENTE

Il Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente ha visto, nella giornata del 14 ottobre, la presenza di due esponenti dell’Islam, che in qualità di "invitati speciali", hanno tenuto i loro discorsi ai padri sinodali. Il sunnita Muhammad Al-Sammak, consigliere politico del mufti della Repubblica (Libano), e l’ayatollah sciita Seyed Mostafa Mohaghegh Ahmadabadi (Iran) hanno posto l’accento sull’importanza della presenza dei cristiani in Medio Oriente e sulla necessità del rispetto e del dialogo.Non sono soli. Davanti ai vescovi mediorientali, il sunnita Muhammad Al-Sammak, consigliere politico del mufti della Repubblica (Libano), ha ricordato che cristiani e musulmani, in quanto orientali, condividono le stesse sofferenze che vivono "nel ritardo sociale e politico, nella recessione economica e dello sviluppo, nella tensione religiosa e confessionale". Tuttavia, "prendere il cristiano come bersaglio a causa della sua religione, anche se si tratta di un fenomeno nuovo e contingente per le nostre società, può essere molto pericoloso, soprattutto se c’è reciprocità". Fenomeno nuovo ed "estraneo all’Oriente" da cui, ha affermato, scaturisce il tentativo "di lacerare il tessuto delle nostre società nazionali, di demolirle e di sciogliere i legami del loro complesso tessuto costruito da molti secoli" e di "mostrare l’Islam sotto una luce diversa rispetto a quella reale, in contrapposizione con ciò che esso professa cioè la concezione delle differenze tra i popoli come uno dei segni di Dio, nonché l’accettazione del pluralismo e del rispetto della diversità e della fede". Per il sunnita la causa del problema dei cristiani d’Oriente sta nella "mancanza di rispetto dei diritti dei cittadini nella piena uguaglianza di fronte alla legge in alcuni Paesi" e nell’"incomprensione dello spirito degli insegnamenti islamici specifici relativi ai rapporti con i cristiani". Due aspetti negativi che fanno del male e offendono cristiani e musulmani che per questo sono chiamati a lavorare insieme per "il rispetto dei fondamenti e delle regole della cittadinanza che opera l’uguaglianza prima nei diritti e poi nei doveri" e per ostacolare "la cultura dell’esagerazione e dell’estremismo, rafforzando e diffondendo la cultura della moderazione, dell’amore e del perdono". "I cristiani d’Oriente non sono soli – ha proseguito Al-Sammak – hanno bisogno di aiuto e di appoggio, ma ciò non deve avvenire favorendone l’emigrazione o il ripiegamento su se stessi e neppure attraverso il venir meno da parte dei loro compagni musulmani ai propri doveri nazionali e morali nei loro confronti. Facilitare l’emigrazione significa costringerli a emigrare. Ripiegarsi su se stessi significa soffocare lentamente. Rinunciare al dovere di difendere il diritto dell’altro a una vita libera e dignitosa significa ridurre l’umanità dell’altro e abbandonare i pilastri della fede". "L’emigrazione del cristiano – ha concluso – è un impoverimento dell’identità araba, della sua cultura e della sua autenticità. Sono preoccupato per il futuro dei musulmani d’Oriente a causa dell’emigrazione dei cristiani d’Oriente. Conservare la presenza cristiana è un comune dovere islamico e cristiano".Dovere comune. Secondo l’ayatollah Seyed Mostafa Mohaghegh Ahmadabadi, professore della Facoltà di diritto dell’Università "Shahid Beheshti" di Teheran e membro dell’Accademia iraniana delle scienze, il rapporto fra l’Islam e il Cristianesimo, "basato sulle ispirazioni e le proposizioni del sacro Corano, si è fondato sull’amicizia, il rispetto e la comprensione reciproca" ed "è un peccato che in alcuni periodi nei passati 1400 anni, talvolta a motivo di considerazioni politiche, questi rapporti abbiano vissuto momenti bui". "Non bisogna incolpare né l’Islam né il Cristianesimo di azioni illegittime di alcuni individui o gruppi – ha affermato l’ayatollah – secondo gli insegnamenti del Corano, in molti Paesi islamici, soprattutto in Iran, come è stato anche stabilito per legge, i cristiani vivono fianco a fianco in pace con i loro fratelli musulmani. Essi godono di tutti i diritti legali come ogni altro cittadino ed esercitano liberamente le proprie pratiche religiose". "È bene per l’essenza di ogni religione e dei suoi fedeli che i discepoli di ciascuna fede possano esercitare i propri diritti senza vergogna e paura e vivere in conformità al proprio retaggio storico e alla propria cultura", ha ribadito Mohaghegh Ahmadabadi, per il quale "la stabilità del mondo dipende dalla stabilità dell’esistenza di gruppi e società piccoli e grandi. Questa stabilità può essere raggiunta soltanto quando tutti possono vivere senza timore e senza minacce da parte degli altri. È questo l’elemento più importante per raggiungere la stabilità e la pace etica e sociale. È nostro dovere promuovere queste condizioni".

(15 ottobre 2010)

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