Una visione per il domani

SINODO MEDIO ORIENTE

Tra i documenti oggetto di riflessione al Sinodo dei vescovi sul Medio Oriente apertosi domenica 10 in Vaticano (fino al 24 ottobre), ci sarà anche la dichiarazione finale degli intellettuali cattolici di Pax Romana – Movimento internazionale degli intellettuali cattolici (Miic) e Movimento ecclesiale di impegno culturale (Meic), che si sono riuniti in un workshop a Roma, la scorsa settimana, sul tema “Comunione e Testimonianza”. La dichiarazione finale è stata presentata sabato 9 presso la sede nazionale dell’Azione Cattolica italiana e, quindi, affidata ad alcuni partecipanti (mons. Paul Hinder, vicario apostolico di Arabia; p. Rafiq Khoury, parroco di Bir Zet, del Patriarcato latino di Gerusalemme; William Gois, coordinatore del Forum dei migranti dell’Asia, Bernard Sabella, sociologo dell’Università di Betlemme) per presentarlo “come contributo dei cristiani laici, professionisti e intellettuali del Medio Oriente, ai padri sinodali” per l’elaborazione delle “raccomandazioni finali”. Il gruppo di lavoro ha dichiarato di sostenere anche il documento “Kairos”, presentato da p. Khoury, elaborato dai cristiani che vivono in Palestina come “un momento di verità, una parola di fede, speranza e amore dal cuore dei palestinesi feriti”.

Il volto nuovo della Chiesa. Nel corso dei lavori sono emersi alcuni punti, messi in evidenza nella dichiarazione finale e presentati al gruppo di lavoro da Antoine Sondag, direttore del Dipartimento di ricerca e di studio della Caritas internazionale. Dal Sinodo, i cristiani che vivono in Medio Oriente si aspettano che “possa contribuire a far progredire il rispetto dei diritti e delle libertà, soprattutto dei diritti sanciti nelle convenzioni e nei documenti internazionali”, oltre la “semplice tolleranza” dei cristiani e delle minoranze, per “porre fine alle persecuzioni e alle discriminazioni”, promuovendo “un’autentica libertà personale, di coscienza” e non soltanto una libertà di culto. Il rispetto delle minoranze chiama in causa il concetto e valore della “reciprocità”, come “valore politico”, non soltanto giuridico. Un'”attenzione particolare” si riserva al “fenomeno impressionante delle migrazioni nei Paesi del Medio Oriente”, in particolare nell’area del Golfo. “I migranti rischiano di diventare una popolazione ‘invisibile’, per quanto riguarda i diritti civili e i diritti fondamentali”. In particolare, “in periodo di crisi, vengono adottate politiche nazionaliste del lavoro, di cui gli immigrati sono le prime vittime”. E così, montano “discriminazione e razzismo”. Tuttavia, “la presenza massiva dei migranti, in maggioranza cattolici, presenta il volto nuovo della Chiesa emergente” e anche “un’occasione per costruire una vera Chiesa globale”, la “Chiesa del futuro”, che realizzi la propria “missione universale”. La Chiesa cattolica in Medio Oriente offre “un servizio importante per tutta la popolazione”, sul piano dell’educazione, della sanità, dei mezzi di comunicazione e dell’assistenza sociale.

Uno sguardo al futuro. Nel corso dei secoli, così, “l’azione sociale della Chiesa ha introdotto nella società mediorientale una visione della persona umana al centro della cultura e della vita civile, difendendo la dignità di ogni essere umano e soprattutto del più debole”. E dunque, “le scuole, le università, i servizi sociali sono uno spazio vitale di relazione permanente dove creare una vera comunità umana, di persone di diversa confessione”, rifuggendo da “tentazioni comunitariste”, per “realizzare il servizio universale alla società che rivela il vero volto della Chiesa”, in “una vocazione ecumenica che non è opzionale, ma è parte della missione essenziale”. Per gli intellettuali cattolici, “il Sinodo è un’opportunità per riscoprire il valore del patrimonio orientale, arabo, in tutti gli aspetti: politici, culturali, sociali, spirituali”, in “un laboratorio di dialogo” che “riscatti il mondo arabo-musulmano da un certo isolamento culturale”. “I cristiani non vogliono essere cittadini di second’ordine in Medio Oriente”, ma “vogliono contribuire allo sviluppo di una visione per il futuro”, promuovendo “una società araba più giusta ed equa”. Perché ciò sia possibile, “la pace tra Israele e Palestina è un passo fondamentale”. Non può “non inquietare” il “montare del fondamentalismo in alcuni Paesi islamici”, il più delle volte generato da “ideologie di risentimento e di frustrazione”, in “Stati fragili, in difficoltà, che mancano di alternative democratiche”. In questo contesto, “il dialogo tra i musulmani e tutte le persone di buona volontà di ogni fede” può aiutare progetti di “laicità positiva”. Perché ciò avvenga, bisogna partire dall’attenzione e diffusione del documento “Kairos”, elaborato dai cristiani della Palestina con “voce profetica”, di “un momento di verità”, di “cristiani che soffrono per la negazione di diritti sociali, politici, di cittadini e di esseri umani”, ai quali “il mondo intero deve manifestare la propria solidarietà”, intervenendo per stabilire un equilibrio, innanzitutto riconoscendo uno Stato autonomo, come condizione prioritaria di pace.

(12 ottobre 2010)

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