Il coraggio delle scelte

SINODO MEDIO ORIENTE

“Un Sinodo dei vescovi per le Chiese in Medio Oriente come quelli per l’Asia o per l’Africa”. Con queste parole mons. Louis Sako, arcivescovo caldeo di Kirkuk (Iraq), annunciava il suo proposito di chiedere a Benedetto XVI la convocazione di un’assemblea speciale dei vescovi per il Medio Oriente. Una proposta che lo stesso arcivescovo presentò di persona al Papa nel corso della visita ad limina dei vescovi caldei, nel gennaio 2009, e che si concretizzò il 19 settembre successivo con l’annuncio dato da Benedetto XVI ai patriarchi e agli arcivescovi maggiori orientali. Il tema: “La Chiesa cattolica in Medio Oriente: comunione e testimonianza”. Lo scorso 6 giugno a Cipro, Benedetto XVI ha consegnato l'”Instrumentum Laboris”. Il SIR ne ha parlato con mons. Sako.

Cosa pensa di questo “Instrumentum laboris”?
“Un lavoro ben preparato in quanto si è tenuto conto di tutte le risposte giunte dal clero, dai religiosi e dai vescovi della regione. Tuttavia, il testo da solo non basta per garantire l’efficacia e la concretezza del lavoro sinodale. Ad ottobre alle parole dell”Instrumentum’ potrebbero aggiungersene altre ancora da parte dei vescovi. Per questo chiedo a tutti di avere il coraggio di parlare chiaro altrimenti non si va avanti. I problemi descritti nel documento, come per esempio l’emigrazione, la libertà religiosa, la pace, il dialogo e l’ecumenismo, devono essere affrontati con coraggio, ricercando iniziative concrete per promuovere, in primis, la nostra comunione che è debole. Ogni Chiesa lavora per se stessa”.

Cosa serve alla Chiesa mediorientale per muovere passi avanti?
“Modalità nuove di testimonianza dei valori cristiani. Il mondo islamico, almeno quello moderato, si attende qualcosa da noi in termini di una presenza responsabile. Nelle nostre Chiese, e l”Istrumentum laboris’ lo riconosce, la tensione missionaria si è affievolita. Dobbiamo riaccenderla ma per arrivare a questo risultato occorre ricercare la comunione e l’unità. Senza di queste non c’è futuro per i cristiani in Medio Oriente. La Chiesa mediorientale deve rinnovarsi per testimoniare ai fedeli delle altre religioni i valori evangelici. Serve una pastorale comune, in lingua araba”.

Dal documento sinodale emerge anche la necessità di un rinnovamento liturgico…
“Abbiamo testi datati secoli che non riescono più a parlare all’uomo di oggi. I nostri riti devono aiutare a pregare e non essere uno show. I fedeli vogliono capire e la pastorale deve essere modulata per i giovani, per i bambini, gli adulti, con linguaggi adeguati. Senza dimenticare la formazione del clero che, a mio avviso, va rivista. Le nostre sono piccole Chiese che per vivere devono collaborare, senza cooperazione non c’è futuro. Ma abbiamo paura e così ci stiamo ghettizzando. Non si tratta di uscire in strada e predicare ma di trovare modi diversi per annunciare il Vangelo nonostante le difficoltà. Nel Sinodo dovremo anche parlare di questo”.

In che modo si può evitare il rischio di ghettizzazione dei cristiani?
“Un modo potrebbe essere quello di promuovere un maggiore impegno sociale da parte dei nostri fedeli, di parlare della libertà religiosa, del rispetto dei diritti umani, della cittadinanza. Le nostre Chiese hanno perso l’impegno verso una causa comune, che non è solo quella del diritto ma anche quella della pace e della convivenza. In questo ambito il dialogo con l’islam e l’ebraismo è fondamentale. Ci sono valori condivisi nel mondo islamico e in quello ebraico. Le Chiese mediorientali possono, anch’esse, favorire una giusta soluzione al problema israelo-palestinese. È importante, quindi, che i cristiani orientali rimangano in questa regione, la loro fuga all’estero è una perdita notevole per tutta la Chiesa e per l’intera area mediorientale in quanto elementi di moderazione e di pluralismo religioso”.

Esodo difficile da frenare se restano le difficoltà attuali segnalate dal testo sinodale. A riguardo cosa può aiutare i cristiani a rimanere?
“Credo che sia importante conoscere bene le loro paure e speranze. Le situazioni sono diverse da Paese a Paese. I nostri fedeli devono riscoprire la loro fede ed identità, ed essere consapevoli che la loro vocazione è quella di essere nati qui. L”Instrumentum’ lo attesta con chiarezza”.

Il testo parla di modernità come realtà ambigua, attraente da una parte ma anche immorale. È d’accordo con questa visione che rischia di stridere con la dimensione etnica delle Chiese orientali?
“La modernità vuol dire prendere sul serio i cambiamenti che si stanno verificando nel nostro villaggio globale, veicolati dalle tante tecnologie disponibili e delle quali bisogna saper approfittare ma anche governare con criterio e saggezza. Non bisogna restare prigionieri della memoria e della storia, ma sfruttare la nuova ricchezza per il vero bene dell’uomo. L’etnicità delle Chiese potrebbe allora rappresentare un pericolo in quanto potrebbe portare alcune Chiese a sfociare nel nazionalismo. La Chiesa, per sua natura, è aperta. L’etnicità, allora, va intesa come patrimonio culturale e di tradizioni e non come nazionalismo”.

Quale futuro prospetta per le Chiese mediorientali?
“Di speranza certamente. Ma con realismo devo pure dire che se anche dopo questo Sinodo non riprenderemo il cammino missionario, allora la presenza cristiana è a rischio”.

(18 giugno 2010)

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