La carta da giocare

TESTIMONI DIGITALI

"La fede nella Rete delle relazioni: comunione e connessione" è il titolo della tavola rotonda che si è tenuta nella mattinata della seconda giornata del convegno Cei "Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era cross mediale" (Roma, 22/24 aprile). Responsabilità. "Per molti aspetti siamo tornati alla condizione dei primi cristiani. La modernità mina il consenso sulle credenze diffuse, per cui l’uomo moderno è costretto a scegliere tra diverse credenze. La fede cristiana non è più assimilata come ethos condiviso, ma torna ad essere una questione di adesione personale". È la riflessione proposta da Guido Gili, sociologo dei processi culturali e comunicativi all’Università del Molise. Gili ha affermato che nella "piazza telematica" bisogna capire e valutare la varie "voci" presenti. "La Chiesa è una di queste e per essere credibile – ha aggiunto – deve presentarsi come uno spartito sinfonico, che sia riconoscibile in ogni contesto e situazione". Gili ha poi ammonito a non "commettere l’errore o l’ingenuità di parlare a ruota libera come cattolici", mettendo in difficoltà la Chiesa stessa con "voci discordanti". Richiamando gli eventi di queste ultime settimane, il sociologo ha concluso ricordando che "ognuno di noi è il corpo della Chiesa e ciò che avviene in essa e attorno ad essa ci tocca tutti personalmente. Bisogna perciò partecipare tutti, secondo la propria responsabilità, al cammino anche mediatico della Chiesa, con comportamenti seri e capaci di costruire relazioni vere".Sfida per i credenti. "Testimonianza autorevole": è questa la "carta da giocare" nell’attuale contesto digitale secondo p. Antonio Spadaro, gesuita, redattore de "La Civiltà Cattolica". Padre Spadaro ha ricordato che "oggi l’uomo della Rete si fida delle opinioni in forma di testimonianza". Ad esempio, "se voglio comprare un libro o farmi un’opinione sulla sua validità vado su un social network o visito una libreria on line e leggo le opinioni di altri lettori. Questi pareri hanno più il taglio delle testimonianze che delle classiche recensioni: spesso fanno appello al personale processo di lettura e alle reazioni che ha suscitate". La "Chiesa in Rete" è "chiamata pertanto non solo a un’‘emittenza di contenuti’, ma soprattutto a una ‘testimonianza’ in un contesto di relazioni ampie composto da credenti di ogni religione, non credenti e persone di ogni cultura". È su "questo terreno", ha commentato padre Spadaro, che "s’impone l’autorità della testimonianza" perché "non si può più scindere il messaggio dalle relazioni ‘virtuose’ che esso è in grado di creare". Per il gesuita, "essere ‘in Rete’ è un modo di abitare il mondo e di organizzarlo. La sfida della Chiesa non deve essere quella di come ‘usare’ bene la Rete ma come ‘vivere’ bene al tempo della Rete". Internet "è una realtà destinata ad essere sempre più trasparente e integrata rispetto alla vita, diciamo così, ‘reale’. Questa è la vera sfida: imparare ad essere ‘wired’, connessi, in maniera fluida, naturale, etica e perfino spirituale; a vivere la Rete come uno degli ambienti di vita". Una "sfida per i credenti", ha ribadito padre Spadaro, "si fonda proprio su questa differenza: la Rete da luogo di ‘connessione’ è chiamata a diventare luogo di ‘comunione’. Il rischio di questi tempi è di confondere i due termini. La connessione di per sé non basta a fare della Rete un luogo di condivisione pienamente umana. Lavorare in vista di questa condivisione è compito specifico del cristiano". Secondo il gesuita, "l’immagine che rende meglio il ruolo e la pretesa del cristianesimo nei confronti della cultura digitale è forse davvero quella dell’‘intagliatore di sicomori’" perché "la cultura digitale è abbondante di frutti da intagliare e il cristiano è chiamato a compiere quest’opera".Sette consigli. "Non si può aspettare che la gente arrivi da sola, ma bisogna andarla a cercare non solo nei luoghi in cui sappiamo di trovarla, come i sociale network e il nuovo spazio digitale, ma anche utilizzando quegli argomenti capaci d’incuriosire i nostri possibili ascoltatori, in particolare quelli più lontani dalla Chiesa". È il pensiero di p. Roderick Vonhogen, parroco olandese fondatore di "The Star Quest Production", un network capace di raggiungere 250 mila persone. Nella sua testimonianza, il sacerdote ha presentato "sette consigli" per l’evangelizzazione nei nuovi media. I primi due sono appunto la "volontà di andare incontro all’ascoltatore" e la capacità di "incuriosire". Da qui, ha precisato Vonhogen, "la decisione di organizzare programmi che, partendo da fenomeni di massa come Harry Potter e dalla presenza nel romanzo di simboli religiosi, arrivassero a parlare di fede. La maggior parte delle persone che seguono questi programmi non è, infatti, cattolica". Tra gli altri consigli: la necessità di vivere l’evangelizzazione "non come un processo statico ma come un cammino" da "vivere insieme come gruppo", arrivando così a creare una "comunità o, meglio, una famiglia" in cui "stimolare la partecipazione degli ascoltatori perché rappresentano una ricchezza", di cui è necessario "prendendosi cura".

(23 aprile 2010)

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