Dare un senso

Testimoni digitali

Media, linguaggi e crossmedialità. Questi i pilastri sui quali si sono confrontati Mario Calabresi, direttore de “La Stampa”, Ruggero Eugeni, massmediologo e docente all’Università Cattolica di Milano, e Paolo Peverini, semiologo e docente alla Luiss, nel corso di una tavola rotonda, moderata da mons. Dario Edoardo Viganò, tenutasi ieri pomeriggio (22 aprile) a Roma, all’interno del convegno “Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era crossmediale”. Organizzato dalla Commissione episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali, dall’Ufficio nazionale Cei per le comunicazioni sociali e dal Servizio nazionale per il progetto culturale, il meeting, che culminerà domani (24 aprile) nell’incontro con Benedetto XVI, vede la presenza di oltre 1.200 operatori della comunicazione e della cultura.

Dare un senso agli eventi. “Una ricerca americana di poche settimane fa – ha ricordato Mario Calabresi – afferma che il 95% di tutta l’informazione che c’è oggi nella rete arriva dalla carta stampata, cioè è prodotta da giornalismo tradizionale. Questa è una risposta a chi ha teorizzato che non ci fosse più bisogno dei giornalisti”. “L’informazione – ha aggiunto – oggi è gratuita, diffusa da vari media, è ‘nell’aria’, la si può sentire perfino negli altoparlanti al supermercato, e c’è la sensazione che sia uguale ovunque. Ma così non è. Il giornale è chiamato anche oggi a un compito fondamentale: dare un senso, una chiave interpretativa degli eventi, offrire dei punti fermi sui quali i lettori possono comprendere a fondo la natura degli eventi”. Calabresi ha difeso “la competenza e professionalità” dei giornalisti, “che si costruisce con anni di studio e applicazione”. Ha ammesso che “anche i giornalisti in questi anni hanno avuto paura della rete, per la sensazione che sia più veloce di loro, che sia fuori controllo e faccia vincere la superficialità e il sensazionalismo”. “Occorre invece che il giornalista approfondisca le sue categorie di lettura della realtà, senza farsi guidare dalla rete”, altrimenti diventa “cieco” rispetto a ciò che gli accade intorno. “La chiave vincente della professione oggi – ha concluso – è ‘contesti’ e ‘contenuti'”.

Un continente in costante movimento. Per Ruggero Eugeni, “esperienze e linguaggi dei nuovi media non sono più riconducibili a una mappa unitaria e astratta in quanto il continente digitale è in costante movimento e trasformazione, né sopporta distinzioni nette e vincolanti tra media differenti”. È questa la ragione del “disagio” che prova chi, pur essendo cresciuto “nel mondo della medialità”, si trova oggi a confrontarsi con i “nuovi media”. “Le nuove forme di comunicazione – ha precisato il massmediologo – non hanno territorio” poiché abitano “un continente che non è mappabile” e laddove “le relazioni comunicative devono costituirsi continuamente”. Un tempo, ha aggiunto, “c’erano luoghi che si legavano a determinati tipi di relazioni comunicative” e queste erano “ben distinte”; oggi, invece, sono le medesime relazioni, “diffuse e non focalizzate”, a “costituire la piattaforma su cui posarsi”. Proprio “questi tratti della condizione e dell’esperienza mediale contemporanea – ha rilevato – chiedono un ripensamento della figura del testimone e delle forme della sua presenza”.

La forza del passaparola. I professionisti del marketing lo chiamano “word of mouth”, ma in realtà è un “termine ombrello” che indica “la logica contagiosa del passaparola”, “un etichetta sotto cui vengono fatti convergere fenomeni della comunicazione estremamente differenziati”. A soffermarsi sulle logiche di funzionamento dei “social network” è stato Paolo Peverini, semiologo della Luiss. I social network, ha osservato, “valorizzano e rivendicano in maniera esplicita una tattica classica attraverso cui si dispiega il potenziale strategico della testimonianza: il passaparola”, su cui si basano “video virali, racconti virali, campagne di comunicazione virali”. “In alcuni casi – ha spiegato Peverini – il contagio mediatico è innescato dal basso, nasce come fenomeno spontaneo, condivisione allargata che dilaga rapidamente a prescindere da qualsiasi progettazione”. Nella comunicazione virale, invece – tipico è il caso del linguaggio pubblicitario – “per guadagnare l’attenzione, la fiducia e la collaborazione del pubblico, i testi vengono confezionati in modo da restituire il massimo effetto di autenticità, confidenzialità, trasparenza”. Di qui la necessità di “ripensare il tema della testimonianza, indagando alcune zone critiche del territorio mediatico in cui il passaparola si carica di significati e di effetti profondamente variabili”.

(22 aprile 2010)

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