Destinate a incontrarsi

Testimoni digitali

“Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era cross mediale” è il titolo del convegno promosso dal 22 al 24 aprile, a Roma, dall’Ufficio comunicazioni sociali e dal progetto culturale della Cei. “Le nuove tecnologie – così mons. Domenico Pompili, sottosegretario e portavoce Cei, riassume al SIR il significato dell’evento – esigono competenze specifiche ma richiedono pure un’idea, una prospettiva, un punto di vista, uno sguardo. La Chiesa deve riuscire a far trapelare attraverso le nuove tecnologie quello che è il suo sguardo assolutamente originale sulla realtà: lo sguardo della fede”. Tra i relatori Francesco Casetti e padre Antonio Spadaro, ai quali il SIR ha chiesto un’anticipazione dei rispettivi interventi al convegno (www.testimonidigitali.it). Casetti, direttore del dipartimento di Scienza della comunicazione (Università Cattolica), interverrà il 23 aprile su “Scenari digitali e nuove forme di presenza della Chiesa”; sempre il 23 aprile padre Spadaro, redattore de “La Civiltà Cattolica”, rifletterà su “La fede nella Rete delle relazioni: comunione e connessione”.

Casetti: con il linguaggio del tempo
Il dovere della Chiesa è parlare il linguaggio del proprio tempo, anche se questo si chiama web 2.0, e dunque essere presente nella rete per portarvi la testimonianza di Cristo. Ne è convinto Francesco Casetti, per il quale due sono i rischi da evitare in questa missione: “Il primo è non avere una voce netta abbastanza e il secondo è legato ai linguaggi che si usano. Quelli del web 2.0 sono non sempre facili da manovrare e hanno regole particolari. I rischi sono quelli di adagiarvisi senza rivitalizzarli dal di dentro, di non dare loro una forma”. Per evitarli Casetti suggerisce di “mettere l’accento sul tema della carità, che è un valore del comunicatore. La carità è la virtù di chi, come il comunicatore, sta dentro la situazione e si trova in faccia all’altro. Non c’è verità senza carità. La ricetta giusta è allora portare la carità nella rete evitando il rischio di non essere capaci di testimoniare o di usare linguaggi imposti. I vantaggi che ne deriveranno non spetta a noi giudicarli. Questi verranno da soli se saremo ‘puri di cuore’ e capaci di usare i linguaggi non come forme strumentali ma a partire dalle potenzialità che offrono”. L’ingresso nella Rete può coincidere con un modo nuovo di credere? Forse sì, è la risposta dell’esperto, che ricorda come “il nucleo del credere sia qualcosa di antropologicamente forte e fondato da un uomo in colloquio con il suo Dio”. Tuttavia, ricorda, “ci sono anche forme storiche del credere. I tempi che ci aspettano hanno forme del credere diverse rispetto al passato anche se l’interpellazione diretta di Dio resta irrinunciabile”. “Penso – è la conclusione – che la rete apra nuove forme culturali e sociali del credere. Tutti i modi di uso della rete a questo scopo sono utili (preghiera on line, breviari in rete, studio, documenti…), tutto ciò che aiuta nel modo giusto va bene. La rete è anche questo, un luogo dove ci sono cose bellissime e altre orribili. Un Papa ci ha detto di non aver paura ed io credo che, in questo tempo, non bisogna averne”.

Spadaro: quali contatti tra la fede e il web?
“La Rete e la Chiesa sono due realtà da sempre destinate ad incontrarsi”. Ne è convinto padre Antonio Spadaro, che spiega: “Sappiamo bene come da sempre la Chiesa abbia nell’annuncio di un messaggio e nelle relazioni di comunione due pilastri fondanti del suo essere. La Chiesa che evangelizza è dunque naturalmente presente – ed è chiamata ad esserlo – lì dove l’uomo sviluppa la sua capacità di conoscenza e di relazione”. Internet, ricorda padre Spadaro, “non è affatto un semplice ‘strumento’ di comunicazione che si può usare o meno, ma un ‘ambiente’ culturale, che determina uno stile di pensiero e crea nuovi territori e nuove forme di educazione, contribuendo a definire anche un modo nuovo di stimolare le intelligenze e di stringere le relazioni, addirittura un modo di abitare il mondo e di organizzarlo. L’uomo non resta immutato dal modo con cui manipola la realtà: a trasformarsi non sono soltanto i mezzi con i quali comunica, ma l’uomo stesso e la sua cultura”. Dunque, “è evidente come la Rete ponga una serie di questioni rilevanti di ordine educativo e pastorale: opportunità e rischi”. Tuttavia, per il gesuita, “le questioni più rilevanti sono quelle che riguardano la stessa comprensione della fede e della Chiesa. La logica del web ha un impatto sulla logica teologica e Internet comincia a porre delle sfide alla comprensione stessa del cristianesimo. Quali sono i punti di maggiore contatto dialettico tra la fede e la Rete?”. Al convegno “Testimoni digitali”, conclude il gesuita, “proverò a individuare questi punti critici per avviare una loro discussione alla luce anche di palesi connaturalità come anche di evidenti incompatibilità”.

(21 aprile 2010)

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