Una mamma blogger

Testimoni digitali

“Il web è occasione di scambio e confronto, ma non solo. È anche un amplificatore, non importa chi sei e dove sei, importa solo cos’hai da dire e quanta voglia hai di darti da fare. Grazie al web persone lontane possono collaborare, e così stanno nascendo anche i playgroup, che sono occasioni in cui genitori e bambini si incontrano dal vivo per giocare insieme”. In vista del convegno Cei “Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era crossmediale” (Roma, 22/24 aprile), il SIR ha rivolto alcune domande a Letizia Quaranta, ideatrice del blog “Bilingue per gioco”, creato per essere un punto di riferimento per tutti i genitori di bambini bilingui ed offrire “un’opportunità per scambiarsi informazioni e suggerimenti e per trovare risposta alle proprie domande”.

Come nasce l’idea di un sito dedicato al bilinguismo?
“Dalla mia personale esperienza di mamma di un bambino bilingue. Mio figlio, che adesso ha due anni e mezzo, è bilingue italiano-inglese ma noi ora viviamo a Verona, città in cui è molto difficile incontrare persone con esperienze simili. Il blog nasce quindi dalla mia esigenza di condividere e confrontarmi, di riflettere insieme ad altre famiglie sul percorso che stiamo facendo”.

La famiglia è decisiva nel processo di apprendimento linguistico del bambino…
“La famiglia è ovviamente il primo e più importante canale di apprendimento delle lingue familiari, che sia la lingua dominante (per noi l’italiano), un dialetto (anche i dialetti sono a tutti gli effetti delle lingue) o una lingua straniera che è però la lingua madre di alcuni membri della famiglia. Meno scontato è che i genitori possano avere un ruolo importante anche nell’apprendimento di una lingua straniera. Storicamente da noi questo ruolo è stato sempre relegato alla scuola, con i risultati che sappiamo. In altre società giocano un ruolo importante i media: pensiamo alla televisione non doppiata. Eppure sempre più genitori, che spesso sanno una o più lingue straniere per aver studiato o lavorato all’estero, sentono di avere il potenziale per aiutare i figli ma hanno molti dubbi su metodi, tecniche e rischi”.

Come si può utilizzare il web per sostenere le famiglie bilingui?
“il Blog ‘Bilingue per Gioco’ ha proprio quest’obiettivo, sostenere le famiglie bilingui come la mia. Il web offre innanzitutto la possibilità di condividere esperienze, quasi tutti i genitori di bambini bilingui sono cresciuti da monolingui, non hanno esperienza diretta di ciò che stanno sperimentando i loro figli e vengono non di rado criticati dalla società (monolingue), non hanno punti di riferimento, raramente possono frequentare con assiduità altre famiglie bilingui. Hanno mille domande, e nessuno con cui riflettere su questi dubbi. Il web risolve questo problema”.

Nella sua esperienza di blogger, ricorda testimonianze particolari di genitori e figli impegnati nel percorso del bilinguismo?
“Tantissime! ‘Bilingue per Gioco’ mi ha fatto conoscere persone meravigliose, dalle storie più disparate. Dovendo scegliere, però, ne menzionerei due. Mammaemigrata, anche lei blogger, vive in Lussemburgo e ci testimonia una società in cui il multilinguismo (almeno 3 lingue a testa) è l’assoluta normalità, anzi è difficile pensare ad una persona o una scuola, che parli una sola lingua. Storie come la sua danno segnali di speranza, certo il Lussemburgo è un Paese molto particolare ma è importante sapere che una società multilingue è possibile. All’altro estremo dello spettro, invece, c’è Monica, dall’Inghilterra, che vive con un certo conflitto il suo essere espatriata e ha mille dubbi riguardo il trilinguismo delle sue bambine. Come lei stessa racconta, quando ha trovato ‘Bilingue per Gioco’ è scoppiata a piangere davanti al computer: per la prima volta non si è sentita sola, la sua storia è uscita di getto, come un fiume in piena, aveva solo bisogno di qualcuno con cui confrontarsi”.

Si può pensare ad una nuova forma di educazione basata sull’utilizzo dei “nuovi media” (siti, blog, gruppi di discussione, social network, chat room, ecc.)?
“I ‘nuovi media’ sono una risorsa incredibile, ma da usare con consapevolezza e senza esagerare, soprattutto quando parliamo di bambini piccoli. Non possono sostituire l’interazione umana, lo sguardo, il tocco di una persona ma possono dare supporto e idee. Utilizziamoli quindi, ma impariamo anche a spegnerli per andare a sederci per terra con il nostro bambino”.

La conoscenza delle lingue, fin dalla tenera età, può favorire l’apertura verso coloro che sono diversi per cultura, storia, religione, ecc.?
“Sicuramente. Il bambino che capisce una seconda lingua, anche se non sempre la parla, ha già capito una cosa fondamentale, che uno stesso concetto può essere espresso in modi molto diversi, addirittura che alcuni concetti esistono solo in una lingua e non si possono tradurre. Ha imparato cioè, per esperienza personale, che ci possono essere modi anche molto diversi di guardare e descrivere il mondo. La curiosità per la lingua diventa facilmente una porta sulla cultura e il sentire dell’altro. Molti genitori sono già consapevoli di queste dinamiche, altri lo diventano attraverso il dialogo”.

(10 marzo 2010)

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