Un nuovo patto

Testimoni digitali

Entra nel vivo la preparazione del convegno nazionale “Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era crossmediale”. L’evento, organizzato dalla Cei, si terrà a Roma dal 22 al 24 aprile e chiamerà a raccolta quanti si occupano di comunicazione e cultura nel nostro Paese. All’appuntamento, che si celebra otto anni dopo “Parabole mediatiche”, si rifletterà anche sull’educazione dei giovani nello “scenario digitale”. Luca Paolini, docente di religione nella diocesi di Livorno dal 1986, ha già avviato da qualche anno un’esperienza sul web con www.religione20.net (Religione 2.0). Paolini è anche il curatore del blog “iEducAzione” (clicca qui) sul sito del convegno Cei (www.testimonidigitali.it). Il SIR lo ha intervistato.

Quali sono le attese per “Testimoni digitali”?
“Il convegno arriva in un momento in cui la Chiesa, grazie anche al lavoro degli Uffici per le comunicazioni sociali, si sta aprendo progressivamente al mondo digitale. Come sempre con la saggezza che la caratterizza, la Chiesa ha capito che la rete può essere un potente strumento di comunicazione ed evangelizzazione. Dal convegno mi aspetto che arrivino indicazioni su come stare in rete, come educare ed evangelizzare in rete. Negli ultimi due messaggi per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, il Papa ha dato alcuni spunti di riflessione che hanno bisogno di essere meditati e sviluppati. Il convegno può essere un’ottima occasione per questo”.

In che modo portare la propria testimonianza nel “continente digitale”?
“Il mondo virtuale o digitale non è ‘altro’ rispetto al mondo reale. Anche in rete come nella vita reale c’è bisogno di cristiani adulti e autentici che testimonino la loro fede con parole e fatti concreti. Non abbiamo bisogno di cristiani che stiano in rete solo per esserci come ha detto il Papa. Purtroppo, però, si assiste spesso ad una presenza nei Social Network piuttosto anonima o appiattita su quelle che sono le mode del momento. Su questo credo che occorra una seria riflessione”.

“Religione2.0 – L’ora di religione nell’era digitale…” è il nome del suo blog. Ma si può insegnare religione attraverso i nuovi strumenti di comunicazione?
“Certamente! Questa è la scommessa che ho fatto 3 anni fa quando ho aperto il mio blog ‘Religione 2.0’. E ancora di 2.0 nel mondo ecclesiale se ne parlava poco. Si può – e a mio avviso si deve – insegnare religione con i nuovi media perché spesso la religione è vista come qualcosa di antico e di anacronistico, invece è il momento di dimostrare ai nostri alunni che la religione ha la capacità d’incarnarsi nel qui e nell’oggi, anche digitale. Senza contare che le potenzialità che le nuove tecnologie offrono per la didattica della religione sono eccezionali”.

In questo periodo di innovazioni digitali, emerge l’interrogativo su dove dirigere il rapporto tra educatori ed educandi nell’immediato futuro, caratterizzato dall’ingresso delle tecnologie soprattutto nel mondo dei giovani. Ha già avuto modo – e come – di affrontare questo problema?
“Credo che le nuove tecnologie possano aiutare la relazione che si deve instaurare tra educatore ed educando. Come ha detto il Papa l’anno scorso, a nuove tecnologie corrispondono nuove relazioni. I nuovi media e, specialmente, i Social Network possono, se usati bene, solo accrescere le relazioni che si creano in presenza, a scuola o in parrocchia. In rete i ragazzi esprimono un bisogno di socialità che come educatori siamo chiamati ad accogliere”.

Nel blog “iEducAzione” vengono affrontate “le tematiche dell’educazione, specialmente quella che si fa a scuola, a partire dall’ingresso nel mondo dei giovani, delle nuove tecnologie”…
“Il blog sta cercando d’iniziare un percorso di analisi ma anche di riflessione su dove sta andando il mondo dell’educazione, specialmente quella scolastica. Anche la scuola si sta muovendo verso il mondo digitale ed è bene essere presenti in questa evoluzione epocale. Nel blog al momento sono stati dibattuti i temi della presenza in rete, di come l’educazione con i nuovi media non sia più procrastinabile. Ma siamo ancora agli inizi…”.

Nell’esperienza digitale, dove le relazioni sono “alla pari”, come potrà esercitarsi il principio educativo dell’autorità-autorevolezza?
“Formando educatori capaci di entrare in una relazione autorevole con i loro ragazzi, che poi è il problema di sempre nel mondo dell’educazione. L’autorità è entrata in crisi da anni, ma gli insegnanti autorevoli non se ne sono accorti. Le nuove tecnologie possono solo aiutare quello che già era presente prima del loro arrivo. Certo ci sarà l’insegnante autorevole che non saprà padroneggiare le nuove tecnologie ma saranno gli alunni stessi ad aiutarlo in questo, senza che venga meno il rapporto autorevole. È quello che ho definito nel blog come nuovo patto educativo”.

Quale può essere il contributo degli insegnanti di religione per il convegno?
“Gli insegnanti di religione oggi incontrano la maggior parte dei giovani, molti dei quali non frequentano più le parrocchie o non le hanno mai frequentate. Hanno dunque un punto di vista privilegiato e una grande missione, quella di far conoscere il messaggio cristiano-cattolico agli ‘analfabeti religiosi’ del XXI secolo. Il loro contributo può essere importante se non unico, e cioè portare al convegno le voci e le storie di tanti giovani che sono lontani dalla fede ma la cercano forse più che nel passato”.

(03 marzo 2010)

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