Nell’era crossmediale

Testimoni digitali

È già iniziato il cammino di preparazione che condurrà al convegno “Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era crossmediale”. L’evento, promosso dalla Cei, si terrà a Roma dal 22 al 24 aprile 2010 e chiamerà a raccolta quanti si occupano di comunicazione e cultura nel nostro Paese. Un “popolo” che non intende farsi trovare impreparato da questo incontro. Diverse, a tal riguardo, le occasioni di approfondimento già messe in calendario in giro per l’Italia. Il 16 gennaio, ad esempio, a Rimini mons. Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei, ha incontrato gli operatori della comunicazione. Il 20 gennaio a Roma ha incontrato i rappresentanti delle congregazioni religiose, mentre il 21 gli incaricati regionali delle comunicazioni. Il 23 gennaio sarà a Bari (Seminario di corso Alcide De Gasperi, ore 10). “Tutti sono coinvolti nella preparazione di questo importante appuntamento”, afferma mons. Pompili. Ecco cos’altro ci dice…

Mons. Pompili, può spiegare il significato del tema?
“Testimoni digitali: un sostantivo e un aggettivo. Partiamo dall’aggettivo ‘digitali’: esso indica la nuova condizione in cui oggi i mass media sono in qualche modo sciolti. La tecnologia digitale, infatti, sta ridefinendo i vecchi e i nuovi media, cambiando anche la nostra vita quotidiana e relazionale. Il convegno intende mettere a tema questa nuova condizione culturale profondamente connotata dal digitale. L’aggettivo, però, è preceduto dal sostantivo ‘testimoni’, che è l’elemento fondamentale: esso evoca un atteggiamento, di fronte ai cambiamenti che stanno avvenendo sotto i nostri occhi, che non deve essere né pregiudiziale né rassegnato. Anzi: dentro questa nuova condizione noi dobbiamo essere dei testimoni, cioè dei soggetti che siano in grado d’interpretarla. Non solo! Essere testimoni significa rimandare a qualcosa di ulteriore e nell’accezione cristiana il testimone fa riferimento al Vangelo. Per cui la sfida è quella di essere dentro il contesto digitale facendo risuonare la parola del Vangelo di cui ciascuno è testimone”.

Come sarà strutturato il convegno? E quali gli obiettivi?
“Il convegno sarà articolato in quattro fasi. In un primo momento, introdotto da mons. Crociata e centrato sulla relazione di Nicholas Negroponte, si cercherà un’analisi tecnologica dei nuovi scenari mediatici, che in un secondo tempo saranno invece esaminati da un punto di vista antropologico (con la presentazione di una ricerca curata appositamente dall’Università Cattolica). L’obiettivo si sposterà poi su come i volti e i linguaggi dell’era crossmediale interpellino l’annuncio del Vangelo da un punto di vista teologico, pastorale e pedagogico: a tirare le fila di questo momento sarà la relazione del card. Bagnasco. Infine, dopo una tavola rotonda, sarà lo stesso Benedetto XVI, che riceverà in udienza i partecipanti al convegno nell’aula Paolo VI, a conferire loro il mandato di evangelizzare il continente digitale. Durante tutto il convegno la dinamica interattiva, nella logica del web 2.0, sarà garantita dalla sperimentazione di nuove strade – messenger, sms, e-mail – che consentiranno a tutti di dare il proprio contributo ai lavori”.

L’incontro di aprile avverrà a otto anni dal convegno “Parabole mediatiche”. Cosa è cambiato in questo tempo?
“Innanzitutto è cambiata la condizione del mondo delle comunicazioni. Mentre prima i mass media erano ben definiti nella loro individualità, ora si sono come liquefatti nel nuovo ambiente tecnologico. In secondo luogo è cambiata la mission della Chiesa in questo contesto. Se, qualche anno fa, l’obiettivo era quello di stare dentro al mondo dei media – e, in fondo, gli ultimi dieci anni sono serviti a fare delle scelte precise: pensiamo al SIR, ad Avvenire, a Tv2000, a Radio In Blu, alla galassia dei siti web – oggi la mission è un’altra. Non basta più stare dentro al mondo dei media ma bisogna starci con un profilo riconoscibile: il contesto pluralistico nel quale ci troviamo esige che siamo in qualche modo identificabili, riconoscibili”.

Questa può essere considerata una delle principali “sfide” poste dalle nuove tecnologie alla Chiesa?
“Certo. Le nuove tecnologie esigono competenze specifiche ma richiedono pure un’idea, una prospettiva, un punto di vista, uno sguardo. La Chiesa deve riuscire a far trapelare attraverso le nuove tecnologie quello che è il suo sguardo assolutamente originale sulla realtà: lo sguardo della fede”.

“Testimoni digitali” sarà anche l’occasione per “mettere in rete” le diverse esperienze comunicative della Chiesa italiana?
“Sì. La rete gioca proprio su questo doppio senso: consentire una connessione di carattere tecnologico ma anche far sì che da situazioni multiformi si possa giungere a una sorta di dialogo e ad una capacità, appunto, di essere rete. Lo sforzo che il convegno vorrebbe produrre è proprio quello di passare dal fare all’essere rete”.

Quale potrà essere il contributo di riflessione dei settimanali Fisc?
“I settimanali diocesani rappresentano la forma più radicata e capillare di comunicazione ecclesiale sul territorio. Se il mondo del web rimanda a possibilità inedite, resta vero che il contatto virtuale, per essere in grado di arrivare fino in profondità, deve passare attraverso la dinamica territoriale. Per cui l’apporto dei settimanali è proprio quello di essere l’elemento che garantisce l’approccio, il contatto con il territorio. I settimanali si arricchiranno da questa esperienza se sapranno rinnovare anche il loro linguaggio, perché la nuova condizione esige che tutti si mettano un po’ in movimento”.

(22 gennaio 2010)

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