Gli eccessi da evitare

TERRA SANTA

“Benedetto XVI ha ripreso il discorso di Ratisbona precisando però alcune cose: il rapporto tra religione e violenza, sottolineando che tutte le ideologie e tutte le religioni possono essere manipolate e che questa manipolazione politica può portare alla violenza. Un rischio per tutte le religioni, in particolare, attualmente, per il mondo islamico”. Per il gesuita Samir Khalil Samir, tra i più noti ed ascoltati esperti di islam, la visita di Benedetto XVI, da poco conclusa, in Giordania, Israele e Territori palestinesi ha rappresentato un forte momento di scambio nel dialogo tra cristianesimo ed islam. Da una parte l’invito all’islam a camminare verso una sana laicità, dall’altra un richiamo al mondo occidentale a non cadere nell’eccesso opposto.

Padre Samir, dal punto di vista del dialogo islamo-cristiano qual è stato uno dei punti chiave di questo pellegrinaggio?
“Sulla stessa linea il Pontefice ha affrontato il tema della laicità, specie quando ha insistito sul fatto che i credenti, siano essi musulmani, cristiani ed ebrei, hanno il dovere e il pieno diritto di manifestare visibilmente, non solo di vivere, la propria fede. La vera laicità non deve opporsi a questa manifestazione, ma consentire che credenti e non credenti possano esprimere le proprie posizioni. L’importante è che non si cada in un approccio politico della religione, che rovina sia la politica sia la religione stessa. Nel suo discorso all’università di Madaba, Benedetto XVI ha ribadito che se si vuole costruire una società comune questa non dev’essere fondata sul Vangelo, sul Corano o sulla Bibbia, ma su una visione etica e laica dell’uomo basata sulla dignità umana, sull’uguaglianza di tutti, credenti, non credenti, atei, uomo e donna e via dicendo. Questo è fondamentale per l’islam”.

La laicità posta a base del dialogo con l’islam, è così?
“Nel mondo arabo islamico, da circa 50 anni, la religione domina, con il rischio di soffocare l’uomo arabo. Lo dicono molti scrittori, pensatori e intellettuali musulmani, e penso alle tante fatwa emanate dagli imam . Tutte le Costituzioni dei Paesi arabi negli ultimi 30-40 anni hanno subito delle revisioni, come in Egitto per esempio, dove è stato stabilito che la fonte primaria della Costituzione è la sharia , la quale, se presa alla lettera, rispecchia la società araba del VII secolo, mentre noi viviamo la modernità sotto tanti aspetti! Il pericolo legato all’applicazione della sharia è quello di voler regolare la vita personale quotidiana delle persone, dal velo alla barba, dal burka al rossetto fino ai rapporti sessuali. La proposta del Papa a Madaba è di far capire che la laicità, le norme umane, che non sono religiose, non sono in opposizione con la fede, ma hanno un progetto etico. Uno Stato non può più essere fondato su un’unica tradizione religiosa poiché viviamo in un mondo misto con varie culture ed approcci. D’altra parte, quando Benedetto XVI insiste sulla scienza, usa anche la parola «critica»: è necessario apprendere un pensiero critico se vogliamo ripensare la fede. Questo è nuovo rispetto ai discorsi precedenti”.

Un invito lanciato dal Papa anche all’ebraismo in una sorta di dialogo trilaterale, con cristiani e musulmani. Che prospettive può avere un dialogo di questo tipo?
“Benedetto XVI ha ricordato che con gli ebrei «abbiamo radici comuni», la Rivelazione biblica. Ma è andato anche oltre affermando che «la Scrittura del Nuovo Testamento senza l’Antico non esisterebbe». Anche con i musulmani c’è un fondamento comune: la fede nell’unico Dio, anche se ognuno di noi ha la propria concezione di questo Dio. È importante che il Pontefice abbia riconosciuto nel musulmano un credente prima di tutto, prima che un uomo politico o di cultura. Ed è vero, il musulmano prima di tutto è credente. Ciò che è comune a tutte e tre le fedi monoteiste è una visione in cui tutti gli uomini sono fratelli. Su questa base Benedetto XVI ha cercato di insistere: anche in politica dobbiamo cercare di vivere insieme. Senza peccare d’idealismo o d’ingenuità, Benedetto XVI non cerca un’identificazione delle tre religioni ma di evidenziarne il fondo comune. «Naturalmente – dice – dopo duemila anni di storie distinte, anzi, separate, non c’è da meravigliarsi che ci siano malintesi». E lui stesso ricorda: «Sono stato cofondatore di una fondazione per il dialogo tra le tre religioni». Ecco perché il Pontefice ripone grandi speranze nei giovani, che hanno la possibilità di crescere insieme e di conoscersi reciprocamente”.

Un migliorato dialogo islamo-cristiano e una visione condivisa di società laica come tracciata dal Papa potrebbero avere ricadute positive sulla condizione dei cristiani in Medio Oriente?
“Certamente. I problemi sociali ed economici sono uguali per tutti, ma ciò che è importante è che il progetto di pace, una delle tre dimensioni di questo viaggio papale, dev’essere fondato sul dialogo universale e sui diritti umani sanciti dalle istituzioni internazionali come l’Onu. Ecco perché il Pontefice ha ribadito la visione dei due Stati. Il Papa lo ha detto chiaramente: se si vuole la pace si deve accettare la legalità internazionale, che si esprime attraverso le decisioni dell’Onu. E ciò vale per israeliani e palestinesi. Il problema è politico e non può esser risolto che attraverso le decisioni delle Nazioni Unite, che parlano di due Stati indipendenti che condividono una terra dove i confini sono stati stabiliti. È qui che i cristiani entrano in gioco. I cristiani arabi sono, come detto da Benedetto XVI, «costruttori di ponti», hanno la missione di essere la presenza di Cristo nella terra dove Egli è nato. Hanno una missione culturale e politica da compiere per costruire la pace. Senza questa consapevolezza la scelta più facile è quella di emigrare. Quella più difficile è restare”.

(19 maggio 2009)

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