Sin dal primo momento

PAPA IN TERRA SANTA

Benedetto XVI rientra oggi, 15 maggio, dalla Terra Santa. In questi giorni di viaggio ha incontrato autorità politiche e religiose, tra cui le comunità cristiane locali, di Giordania, Israele e Territori Palestinesi. Un sottile filo rosso ha unito i diversi discorsi e interventi del Pontefice, quello della pace, strettamente legato ai temi della giustizia, della riconciliazione e del perdono. La presenza del Papa e le sue parole hanno avuto, e non poteva essere altrimenti, una risonanza anche “politica” dato il momento particolare che sta vivendo la Terra Santa. Con padre David M. Jaeger, tra i massimi esperti delle relazioni tra la Chiesa cattolica e lo Stato in Israele, abbiamo tracciato un primo bilancio, “a caldo”, di questo viaggio.

Sin dalla prima tappa, in Giordania, del suo viaggio apostolico in Terra Santa Benedetto XVI ha fatto chiari riferimenti ai diritti umani evidenziando, in particolare, quello della libertà religiosa e della dignità della donna…
“Diritti umani, come la libertà religiosa o la dignità delle donne, in Medio Oriente sono di centralissima importanza per il progresso dei popoli e anche per il futuro della comunità cristiana. La libertà religiosa è la condizione fondamentale che si richiede e la dignità della donna è un’acquisizione che deve fare ancora passi in avanti in tutta la Regione. È stato interessante vedere come il Papa abbia individuato sin dal primo momento questi temi. Naturalmente su tutti e due i fronti i Paesi mediorientali sono in diversi stadi di progresso e va dato atto a ciascuno per quelli compiuti ed un incoraggiamento a proseguire”.

In Israele, dove è giunto da Amman, il Papa ha parlato, tra le altre cose, di sicurezza e di pace allargando lo scenario politico che aveva cominciato a disegnare in Giordania. A riguardo, rileggendo i discorsi, ha trovato delle novità?
“Credo sia opportuno precisare che non ci sono temi politici. Un Papa quando si pronuncia su temi di attualità, o sembra di farlo, è sempre dal punto di vista morale, non esprime giudizi ma richiama a principi morali che devono ispirare chi opera nel campo politico. Trattandosi di principi morali non vedo cambiamenti di posizioni come può accadere per governi civili che cambiano politica, programmi o ideologie. Qui la linea è costante”.

Nel rivolgersi al presidente palestinese Abu Mazen, il 13 maggio a Betlemme, il Pontefice afferma che la Santa Sede appoggia il diritto dei palestinesi “ad una sovrana patria nella terra dei vostri antenati, sicura e in pace con i suoi vicini, entro confini internazionalmente riconosciuti”. Un linguaggio “politico” molto chiaro e diverso da quello usato con l’israeliano Peres. Per quale motivo?
“Il contenuto dei discorsi, ad Abu Mazen e a Shimon Peres, è speculare. L’impressione che se ne ricava è della volontà di enfatizzare l’eguaglianza di diritti e di dignità tra le due nazioni. Naturalmente, visto che si trovano in condizioni dissimili: lo Stato di Israele esiste già da 62 anni ed è nelle condizioni di provvedere ai propri bisogni mentre quello palestinese non c’è ancora. Quindi non si può parlare di Israele come se debba ancora avvenire sarebbe stato una cosa impossibile da dire. La realtà palestinese è diversa e ciò si riflette nel discorso del Papa. Tuttavia, in quanto a dignità, eguaglianza di principi è tutto speculare”.

Ma come sono da leggere i forti richiami a Gaza e al muro israeliano?
“Il Papa parla di dignità e diritti eguali per i due popoli, così come di sicurezza e di libertà. Ma quando parla di sofferenze attuali, come il Muro israeliano o di Gaza, non dà giudizi concreti, perché questi sono sintomi della mancanza di pace, dice che sono fenomeni che feriscono e provocano sofferenza, non interviene nel dibattito del momento, ma fa una cosa molto importante, che reputo centrale nei suoi interventi…”.

Quale sarebbe?
“L’esortazione alla comunità internazionale di usare la sua influenza in favore di una soluzione. Questa chiamata è fondamentale. Il Papa è consapevole che i due popoli da soli non ce la possono fare. Ci deve essere un interessamento forte e generoso della comunità internazionale”.

In chiave pattizia questo viaggio riuscirà a favorire una rapida conclusione circa l’Accordo fondamentale?
“Non si possono fare previsioni. Personalmente sono ottimista, c’è da sperare. La Commissione bilaterale, nell’ultimo comunicato congiunto, del 30 aprile, ha dischiuso che la prossima plenaria bilaterale si terrà il 10 dicembre di quest’anno. Ciò implicitamente impegna le parti a lavorare per arrivare alla plenaria con passi avanti”.

a cura di Daniele Rocchi

(15 maggio 2009)

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