L’alfabeto dei giorni

DOPO VERONA

Il quarto Convegno della Chiesa italiana non si è concluso il 20 ottobre alla Fiera di Verona ma continua. È facile accorgersene: basta scorrere il lungo elenco di iniziative in corso nelle diocesi o programmate per i prossimi mesi. L’attesa del documento in cui i vescovi rilanceranno le indicazioni emerse dalle giornate di lavoro sotto i padiglioni non si esaurisce nella semplice rilettura dei discorsi e delle sintesi dell’evento. È tutto un succedersi di incontri, laboratori, convegni diocesani di ripresa e traduzione locale delle tematiche toccate.

Fare tesoro fin da subito del “metodo Verona”: questa appare la priorità che emerge un po’ dovunque. C’è tempo per stendere programmi; prima serve altro. Ciò che va capitalizzato è soprattutto il clima, l’aria di famiglia respirata all’ombra dell’Arena. Uno stile improntato all’ascolto, alla fiducia, alla condivisione della vita, oltre che delle idee e delle proposte che aiutino a disegnare una Chiesa abitabile e missionaria.

Il rituffarsi nella routine pastorale, cui non è alieno un certo scetticismo, un’ironia corrosiva, potrebbe imprigionare la voglia di futuro e di partecipazione, che a Verona ha sconfitto il piangersi addosso e la rivendicazione sterile. Ecco allora che, nelle tante iniziative locali, si privilegia l’immagine di Chiesa rilanciata dal Convegno. Quella della corresponsabilità e dell’attenzione alla vita; quella delle relazioni fraterne e dello sguardo positivo sulla realtà: il “sì” di Dio all’esperienza umana, alla libertà, all’amore. La Chiesa della speranza, amica dell’intelligenza e della bellezza.

Evangelizzazione, questione antropologica, formazione e discernimento culturale. Non sono i “compiti a casa” affidati all’assemblea dei delegati, quanto il terreno in cui esercitare l’arte di vivere secondo il Vangelo. Meno burocrazia, meno organizzazione e più relazioni umane. Cominciamo da qui e impareremo – come chiede il Convegno – a raccontare la vita cristiana con l’alfabeto delle esperienze quotidiane. È questo il “modello Verona”: mettere davvero al centro le persone, farle incontrare e raccontarsi. L’amore di Dio per gli uomini si può dire con la propria vita affettiva, col modo di lavorare e di far festa, di non fuggire la fragilità, con il coraggio di educare e di partecipare alla vita della città come del mondo intero. Amando le altre culture come la propria, le altre parrocchie e aggregazioni come la propria, le altre vocazioni come la propria.

Il riconoscimento del valore dell’esperienza laicale nel mondo è un’ulteriore preziosa eredità del Convegno. Anche questo precede impegni e obiettivi programmatici: una visione puramente funzionale dei diversi soggetti ecclesiali, alla lunga, genera solo risentimenti e frustrazioni. La stessa testimonianza – ha rimarcato con forza Benedetto XVI – non è una cosa da fare o un discorso da pronunciare, quanto un essere “di Dio”, un’unità profonda con lui. Ed è su questa appartenenza, sulle vie per alimentarla e condividerla, che si misurerà la vera riuscita del Convegno.

Intanto, la passione e l’interesse con cui il confronto continua ora nelle diocesi parlano di una Chiesa italiana che a Verona ha superato il suo esame di maturità. Convocato attorno all’annuncio pasquale, il Convegno ha guardato anche alla ferialità e alla pazienza degli anni di Nazareth e a quella “Galilea delle genti” che è ormai diventato il nostro Paese. L’Avvento appena iniziato spinge a puntare lo sguardo su chi, per inseguire una speranza, sa lasciare i propri recinti sicuri. Il migliore augurio per il Natale che viene l’ha formulato il Papa a Verona, esprimendo un auspicio ma anche una nostra precisa responsabilità: “La fede nel Dio dal volto umano porti la gioia nel mondo”.

Ernesto Diaco

(06 dicembre 2006)

Altri articoli in Dossier

Dossier