Comunicare i “sì”

DOPO VERONA

“Per credere in Dio bisogna avere il gusto della vita, dell’amore. Bisogna amare. Se non si ama la vita si finisce nella non vita. Nessun bambino crede in Dio il giorno in cui nasce. Il gusto di Dio lo si apprende. Due ingredienti sono necessari: l’affetto e la parola”. Un titolo in copertina dell’ultimo numero di “Le Monde des religions” con la foto di chi ha detto questo: Boris Cyrulnik, neuropsichiatra e psicanalista di origine ebraica, scienziato e filosofo, autore di diverse opere sul mistero dell’uomo.

Affermazioni che richiedono una lettura critica ma che contengono un messaggio. La fede viene dalla gioia di vivere, dalla bellezza di relazioni sincere tra persone, dal sapore di una parola, dallo spessore di un ragionamento. Certamente non è solo questo. Ma Cyrulnik conferma che il buio, il grigiore, la mediocrità non abitano i pensieri di chi crede e neppure quelli di chi, non credente, si pone domande sul mistero della vita. Da un intellettuale che “non ha letto il Vangelo” viene, imprevista, una risposta a chi nelle religioni vede oscurantismi, arretratezze, fughe dalla realtà, causa di conflitti.

Per quanto ci riguarda possiamo cogliere un invito a comunicare con più vivacità e convinzione che quella cristiana è la fede dei “sì” e non la fede dei “no” e dei divieti. Un filosofo convertitosi all’ateismo André Comte-Sponville, ci stimola in questa direzione perché alla domanda su ciò che dà valore alla vita, risponde, sulla stessa rivista: “È la quantità di amore, di coraggio e di verità ma soprattutto d’amore di cui si è capaci. Io non dico che solo Cristo l’ha detto ma nessuno prima di lui l’aveva detto così bene. E chi dopo di lui l’ha detto meglio?”. Altre parole che esigono un approfondimento ma, come quelle di Cyrulnik, contengono un messaggio non trascurabile.

Pensieri orizzontali che si incrociano con pensieri verticali e insieme stimolano la ricerca della verità. Colpisce che, nello stesso numero di una rivista “laica”, due intellettuali con posizioni critiche nei confronti delle religioni entrino nel campo della fede con riflessioni che li staccano decisamente dai livelli di molti ragionamenti “laici”. Nelle parole di entrambi é evidente una ricerca e, a tratti, la nostalgia del tempo in cui Dio abitava la loro vita.

Questa “abitazione di Dio nella storia” è la testimonianza che il Convegno della Chiesa italiana, celebrato un mese addietro a Verona, chiede ai cristiani e alle comunità cristiane. Ai media il compito di comunicarla, soprattutto al di fuori la realtà ecclesiale, con un linguaggio ancor più comprensibile e incisivo. Il semplice gioco d’attacco e di difesa non si addice alla complessità e alla bellezza della vita, della ragione e della fede. Il Convegno veronese è stato molto esplicito al riguardo.

Nel proporre la strada della conversione si rivolge ai media perché ancor più diventino luoghi in cui le certezze, dette con dolcezza e coscienza retta, facciano nascere desideri di ricerca, stimolino domande, inquietino coscienze. Allargare gli spazi della razionalità, come chiede con passione Benedetto XVI e come propone il progetto culturale della Chiesa italiana, significa comprendere che la comunicazione è l’altro nome della missione. Un’avventura che riguarda tutti. Ai media ecclesiali e cattolici si chiede una conversione a iniziare dalla ricerca e dalla sperimentazione di linguaggi che facciano risuonare i “sì” della fede cristiana.

Paolo Bustaffa

(24 novembre 2006)

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