Esperienza che continua (4)

DOPO VERONA

Continua il nostro “viaggio” tra i primi bilanci e suggerimenti delle diocesi italiane su come proseguire l’impegno pastorale sul territorio dopo il Convegno ecclesiale nazionale di Verona.

Una questione di identità. “Non saremo mai le Chiese di quel mondo che approfitta di ogni occasione per mettersi in mostra o di quel mondo che gioca a mantenere aperte le ferite di una fraternità che ha perso la sua lucentezza. Ma saremo la Chiesa che si preoccupa e paga di persona per il Bene e per il bene comune”. Ad assicurarlo è il vescovo di Massa Carrara-Pontremoli, Eugenio Binini, il quale sintetizza in questi termini l’identità della Chiesa italiana che scaturisce da Verona. “Non ho visto emergere tensioni o disagi durante i lavori”, confessa il presule, secondo cui “i laici dovrebbero aver fatto esperienza della loro grande nobiltà nella Chiesa. È soprattutto alla loro formazione umana e cristiana che la Chiesa si affida per la sua missione, come si è affidata soprattutto a loro nello svolgimento e nella guida dei lavori del Convegno… Io sono certo che tutto il materiale memorizzato diventerà programma per la vita ecclesiale degli anni futuri in Italia. Tocca a noi ora approfondire e applicare alle nostre situazioni tutte le provocazioni”.

“Il progetto pastorale della Chiesa italiana è affidato ora alle nostre mani”, scrive mons. Pietro Meloni, vescovo di Nuoro, che affida l’eredità dell’appuntamento scaligero “a tutti i sacerdoti, alle persone consacrate, ai laici animatori dell’evangelizzazione, perché possa divenire pane quotidiano delle comunità nella contemplazione e nell’azione”.

“L’identità della Chiesa italiana – sostiene mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro – è l’identità di un popolo che vive la missione come responsabilità di essere vero con se stesso fino in fondo, di essere vero con gli uomini. Ecco questo movimento di compagnia e di accoglienza della vita degli uomini, nella certezza che quando si lasciassero coinvolgere dal mistero della fede raggiungerebbero un’intensità e una profondità di vita altrimenti impossibile”. Il vescovo elenca anche i termini “inderogabili” della “responsabilità” dei credenti, e dei laici in particolare, nel mondo: “Il rispetto della vita, il rispetto e l’incremento dell’amore che si realizza in un matrimonio uno, unico e indissolubile, superando la tentazione di forme deviate di amore che finirebbero, ha detto il Papa, per destabilizzare la società italiana”.

Tradizione orientale. Secondo mons. Ercole Lupinacci, vescovo dell’eparchia di Lungro, “il nostro contributo è quello della nostra spiritualità che è legata ad una tradizione orientale. Per la Chiesa del dopo-Verona ci piacerebbe che questa sensibilità nei confronti della spiritualità coinvolgesse davvero tutti i credenti”. L’appuntamento decennale della Chiesa italiana “sollecita i cristiani della nostra Chiesa – dice mons. Antonio Ciliberti, arcivescovo di Catanzaro-Squillace – a vivere con maggiore autenticità la loro fede autentica crescente. Oggi il cristiano configurato a Cristo sarà autentica speranza per il mondo. Cristo infatti cammina nel mondo con le nostre gambe, opera con le nostre mani, ama con il nostro cuore. La nostra Chiesa deve quindi prendere coscienza della sua particolare missione, che è quella di testimoniare con la vita il Risorto per essere speranza nel mondo ed in particolare in Calabria”.

La “popolarità” della chiesa. Di fronte a un compito “impari” o “superiore alle nostre forze”, quale appare oggi l’evangelizzazione in un mondo dominato dal relativismo e della secolarizzazione, la “popolarità della Chiesa” può essere una risorsa da giocarsi in positivo. Ne è convinto mons. Benito Cocchi, arcivescovo di Modena-Nonantola, secondo il quale “la comunità cristiana è la realtà più vicina alla quotidianità della persona nei suoi aspetti positivi e negativi, propri dell’esistenza umana. La maggioranza dei fanciulli, in Italia, frequenta il catechismo e riceve i sacramenti dell’iniziazione cristiana. E ciò è segno anche della fiducia dei genitori nella Chiesa. Continua un vincolo con il territorio che si esprime, sia nella presenza di segni sacri sparsi in ogni parte d’Italia, sia (e soprattutto) nelle espressioni della devozione popolare. La popolarità più intensa della Chiesa – conclude il presule – si manifesta, però, con la cura delle coscienze delle persone, della loro crescita e testimonianza nel mondo”, a partire dalla “struttura fondamentale” della parrocchia. A Modena – come in molte altre diocesi – al ritorno da Verona c’è stato già un primo momento di verifica delle suggestioni emerse dal Convegno. I delegati diocesani, chiamato a raccolta il Consiglio pastorale, si sono soffermati su “alcuni segni di degrado” della pastorale ordinaria, tra cui “la crisi della disponibilità all’ascolto, che spesso impedisce di accogliere le nuove sollecitazioni per un rinnovamento ecclesiale; il rifugio nella ritualizzazione e nella formalizzazione del mondo di agire; la diminuzione della frequenza alla Messa domenicale”.

Identità e corresponsabilità. Il Convegno ecclesiale della Chiesa Italiana svoltosi a Verona “ci ha rilanciato la speranza per un’identità aperta alla corresponsabilità attiva”: è quanto scrive in una lettera ai parroci e ai fedeli della diocesi il vescovo di Locri-Gerace, mons. Giancarlo Maria Bregantini. Secondo il presule “identità aperta” è “la riscoperta del nostro essere testimoni del Cristo Risorto, dentro ambiti di vita esigenti e chiari nel nostro vissuto, capaci, però, di un dialogo sereno e fecondo con la nostra terra. Corresponsabilità attiva è lo stile di una Chiesa che già nel Convegno ha raccolto con lucidità l’ampia voce dei laici, sia nelle belle relazioni che nelle interessanti testimonianze dei gruppi di studio, facendo emergere una realtà ecclesiale ovunque vivace, che porta relazioni serene negli affetti, giustizia sul lavoro, tenerezza nella fragilità, verità nell’educazione, responsabilità nella cittadinanza”. “La nostra Chiesa locale – scrive il vescovo calabrese – sia veramente la locanda dell’accoglienza”: una Chiesa che “sa camminare con la nostra gente, ne ascolta le ansie, ne condivide le preoccupazioni, la accompagna ad una fede matura in Cristo Risorto coinvolgendo le famiglie, prega con insistenza le vocazioni, incide nella storia, aprendo sempre più lo sguardo al cielo, come ci indica la festa di tutti i santi, che sono le primizie realizzate della speranza”.

Una grande “passione”. “Ho percepito la grande passione della nostra Chiesa per l’uomo del nostro tempo”. Comincia così la testimonianza dell’arcivescovo di Fermo, Luigi Conti, sul quarto Convegno ecclesiale nazionale, dove “si è parlato molto di educazione”. In particolare, il presule cita le parole del Papa sulla tradizione, tese ad “evidenziare l’esemplarità della Chiesa italiana” vista “come riferimento per un grande servizio non solo alla nazione ma anche all’Europa”.

Autentica umanità. A Verona ho visto – scrive mons. Santo Marcianò , arcivescovo di Rossano-Cariati, in un articolo pubblicato sulla rivista on line “CalabriaEcclesiaMagazine” della Conferenza episcopale calabra – “una Chiesa matura, capace di interrogarsi, di riflettere con grande apertura ma anche con molta saggezza, una Chiesa, direi, non più paurosa di fronte alle sfide del mondo attuale, una Chiesa capace di mettersi in discussione per cercare insieme, dentro un dialogo aperto e coraggioso”. In Calabria – aggiunge mons. Marcianò – c’é bisogno “di uomini che testimoniano e lottino per quella autentica umanità che è possibile imparare solo guardando Cristo; è l’umanità di chi sa vivere la solidarietà superando l’individualismo e la chiusura che tanto ci condizionano; l’umanità di chi crede nella pace e rifiuta ogni forma di violenza e di ingiustizia; l’umanità di chi crede nell’interiorità e non si lascia abbagliare dalle illusioni della civiltà dell’immagine e dell’opulenza”.

(10 novembre 2006)

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