Esperienza che continua (3)

DOPO VERONA

Continua il nostro “viaggio” tra i primi bilanci e suggerimenti delle diocesi italiane su come proseguire l’impegno pastorale sul territorio dopo il Convegno ecclesiale nazionale di Verona.

Speranza “al presente”. “La fede è una parola di speranza detta al presente, nel senso che occorre comunicarla con mezzi adeguati all’epoca in cui si vive, in maniera che quanti decidono di conformare la propria vita al cristianesimo non lo facciano tanto per le loro manifestazioni esteriori e per la materialità dei segni, quanto per una essenzialità capace di trasformare completamente la personale incombenza esistenziale”. A ricordarlo, in una riflessione sul dopo-Verona, è mons. Girolamo Grillo, vescovo di Civitavecchia-Tarquinia, secondo il quale “i cristiani non sono affatto dei marziani calati non si sa bene da quale pianeta, sono degli uomini e delle donne che hanno il compito di proporre a ogni generazione e anche ai non credenti gli eterni interrogativi su Dio, cercando di fare breccia nelle profondità di ogni animo”.

“Dobbiamo continuare a sostenere il confronto”: è questo, secondo mons. Giuseppe Anfossi, vescovo di Aosta, il messaggio di Verona. “I tempi – prosegue il presule – non sono facili e perciò i cattolici italiani si devono mantenere vigili e attivi in modo da reggere un confronto caratterizzato da due punti focali: la fede in Gesù Cristo e la questione antropologica… Tutti e due i fuochi invocano una riflessione sulla comunità cristiana e impegnano i sacerdoti a pensare e agire non più da soli ma insieme con i fedeli laici, pur conservando il posto loro assegnato dal ministero”. Il “calore” dell’annuncio. “È importante che il linguaggio dell’annuncio esprima il calore proveniente da relazioni affettive profonde anche nella vita ecclesiale”. Per mons. Giuseppe Andrich, vescovo di Belluno-Feltre, è questa una delle “consegne” del Convegno da far fruttificare nelle parrocchie. “Durante il Convegno – testimonia il presule – ho coltivato con progressiva convinzione l’invocazione allo Spirito di Gesù Risorto perché le nostre comunità cristiane possano superare tutto ciò che le rende deboli nelle relazioni umane… La gente che ha refrattarietà alla Chiesa, sulle piazze del nostro territorio, può essere destata a domande nuove se è incontrata da testimoni di Cristo Risorto, speranza del mondo , che mostrano la gioia di vivere con affetto intenso perché attingono nelle comunità cristiane la possibilità di far prevalere l’azione del suo Spirito di amore e non la forza di sentimenti e risentimenti”. La “colpa” è degli altri? L’esortazione alla “santità” che viene dal Convegno di Verona sconfessa “una certa mentalità non poco diffusa nei nostri ambienti secondo la quale se noi non riusciamo a vivere da cristiani e svolgere la nostra missione, al limite se non ci santifichiamo, la colpa sarebbe… degli altri, della legislazione civile, dei cattivi e via dicendo”. Ne è convinto mons. Sebastiano Dho, vescovo di Alba, che ammonisce: “Questa intensa vita di fede e di amore non può e non deve essere racchiusa all’interno della comunità cristiana, ma va vissuta in proiezione di annuncio e di testimonianza credibile per il mondo intero, per il bene vero dell’uomo secondo il progetto di Dio per tutti”. No ad “apatia” e “indolenza”. “L’unica cosa che a Verona era estranea è stata l’apatia e l’indolenza: i due virus che ammazzano la speranza, perché devitalizzano ogni energia missionaria negli operatori ed esibiscono, invece, in faccia agli uomini, un messaggio esangue e insignificante, più consono alle nenie funebri che agli squilli di vittoria”. Mons. Paolo Rabitti, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, descrive con queste parole ai fedeli la sua esperienza scaligera.

“Ogni Convegno ecclesiale promosso dalla Conferenza episcopale italiana a livello nazionale… diviene per sua natura paradigmatico, sotto tutti gli aspetti: preparatori, celebrativi, progettuali”, scrive mons. Paolo Atzei, vescovo di Sassari, riflettendo sulla sintonia tra gli Orientamenti ecclesiali nazionali e le scelte della diocesi sarda. “Nelle relazioni e nel dialogo intercorso, nelle testimonianze e nei propositi per i prossimi anni – osserva, infatti, il presule – abbiamo sentito ripetere più volte le parole del nostro programma diocesano: ricominciare, pazienza, speranza… Quei termini li abbiamo scelti non solo per alcune situazioni locali, ma soprattutto per la loro portata e peso teologico e pastorale, uguale a Sassari come a Verona, in tutta la Chiesa”. (08 novembre 2006)

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