Per “un sentire comune”

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Nel 1976, Paolo Nepi era vicepresidente del settore giovani dell’Azione Cattolica di Arezzo e, in quella veste, fu incaricato dal vescovo di rappresentare i giovani al 1° Convegno ecclesiale di Roma; oggi è vicedirettore dell’Istituto superiore di scienze religiose e delegato della sua diocesi a rappresentarla al Convegno di Verona. Nel frattempo, ha partecipato anche a quelli di Loreto e Palermo come inviato della presidenza nazionale di Azione Cattolica. Gli abbiamo chiesto di raccontarci cosa ha caratterizzato queste esperienze così lontane nel tempo ma in continuità con il cammino della Chiesa italiana. Il card. Tettamanzi ha affermato nella prolusione di apertura del convegno che il compito dei Convegni ecclesiali, secondo l’intuizione originaria di Roma 1976, è quella di tradurre il Concilio “in italiano”… “Nel 1976 la celebrazione del Concilio era ancora vicina; si avvertiva forte l’entusiasmo per un rinnovamento nella vita della Chiesa che aveva segnato una forte rottura con il passato. Si toccava con mano, la fine di un modello tradizionale secondo il quale, come si era soliti dire: il prete diceva la messa e il laico diceva il rosario. Si usciva dallo shock per la vittoria del fronte divorzista, il secolarismo non era più una affare solo per pochi intellettuali e si accendeva il confronto con utopie politiche di impronta marxista che proclamavano la liberazione dell’uomo solo attraverso le prassi sociali. Era chiaro il compito di tradurre in italiano le affermazioni contenute nei documenti conciliari che, d’altra parte, erano conosciuti e studiati in modo approfondito, conoscenza ritenuta basilare per il credente. Forse oggi ne è diffusa una conoscenza superficiale, ma per una presenza cristianamente forte occorre lo studio, l’approfondimento e la meditazione, che non trascurino il livello personale della formazione”. Nel 1985 il convegno di Loreto: cosa era cambiato nel frattempo? “Si veniva appena fuori dagli anni bui del terrorismo che aveva causato l’uccisione di centinaia di persone: poliziotti, magistrati, sindacalisti, personalità di grande livello intellettuale come Aldo Moro e Vittorio Bachelet. Si affrontavano i temi della riconciliazione e della ricomposizione sociale. A livello culturale, il secolarismo, da fenomeno che interessava i valori comuni della società nel suo insieme, assumeva una piega soggettivistica e si affacciava il tema del relativismo etico, cioè di un’etica ristretta alle opzioni personali. In questo contesto, sotto il profilo più strettamente ecclesiale, il Convegno di Loreto fu caratterizzato dal dibattito tra i movimenti e dal confronto tra cultura della mediazione e cultura della presenza”. Dieci anni dopo, il convegno di Palermo affronta il tema “Il Vangelo della carità per una nuova società in Italia”… “I primi due Convegni ecclesiali, si erano collocati in un contesto storico che, almeno per i Paesi occidentali, era segnato da benessere economico e sviluppo sociale; a Palermo si affacciarono i temi posti dallo squilibrio mondiale e la consapevolezza che il progresso di alcuni viene pagato dalla povertà di altri. In quegli anni, l’arrivo di extracomunitari in cerca di condizioni di lavoro e vita migliori, divenne un fenomeno costante e allargato e ci si chiese come tradurre praticamente l’accoglienza chiesta dal Vangelo. Quello di Palermo fu anche il primo Convegno dopo che era finita l’unità politica dei cattolici. Il Papa affermò che erano legittime posizioni diverse dei cattolici in politica, purché non si realizzasse una diaspora totale sul piano etico e culturale. Fu il contesto in cui nacque il Progetto culturale della Chiesa italiana per evitare che la mancanza di un progetto politico comune tra i cattolici, avesse come risultato la confusione delle idee”. Si è chiuso Verona 2006… “Oggi si assiste al ritorno di una religiosità con caratteristiche a volte fondamentaliste e fanatiche. È necessario, invece, se vogliamo vivere in una società delle differenze, impegnarsi in un serio confronto culturale ed etico, perché l’accordo non può essere determinato solo dalle regole ma anche da valori comuni. I laici, come è stato ribadito, devono affermare la piena responsabilità di una presenza nella società, senza aspettare indicazioni e operando per la comunione ecclesiale. Più che porsi il problema della rappresentanza politica, va aumentato l’impegno a creare momenti di aggregazione nelle parrocchie, nelle associazioni dove si affrontino in modo aperto e approfondito i temi che interessano la società italiana e si costruisca un sentire comune che tenga conto degli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa. Occorre moltiplicare i luoghi del pre-politico per aiutare le persone a non formare la propria opinione politica solo davanti alla tv. Sono convinto che la riflessione maturata in questi anni, accompagnata dalla forza del Vangelo, sicuramente avrà una ricaduta sul piano civile, ricreando una sensibilità su grandi questioni sociali e politiche che assicurino il reciproco rispetto e non la demonizzazione vicendevole”.

(20 ottobre 2006)

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