Marche

CONTRIBUTI REGIONALI

Per essere credibili

La Conferenza episcopale marchigiana conta 13 diocesi per un totale di 821 parrocchie. All’interno di ogni diocesi si è parlato dell’assise di Verona in una o più riunioni del consiglio pastorale e del consiglio presbiterale, programmando il lavoro di riflessione e di proposta di ogni chiesa locale; un contributo di riflessione è venuto anche da circa 20 monasteri. Sulla tematica di Verona si è tenuto un convegno regionale a Loreto, il 13 maggio 2006, con relatore Luigi Alici, presidente nazionale dell’Azione cattolica. Il “testimone” scelto dalle Marche è Enrico Medi.

La testimonianza. Per le varie diocesi e le comunità monastiche delle Marche, la domanda fondamentale emersa dalla “Traccia” di riflessione è “Come i cristiani sperimentano la presenza del Signore Risorto nella loro vita per poter così diventarne testimoni credibili?”. Per la diocesi di Ascoli Piceno, “testimoniare non significa ‘riproporre’ un argomento con parole affabili o con maestria dialettica, piuttosto ‘far apparire’ nuovamente l’Evento con parole e con atti che esprimono fedeltà ed azione”. Via privilegiata da percorrere, per la diocesi di Senigallia è “vivere e proporre i sacramenti (anzitutto l’Eucaristia) come ‘amore realizzato’ che si fa germe efficace di vita nuova”.

Una delle priorità individuate è quella di favorire la crescita di una fede adulta e della responsabilità missionaria: la diocesi di Macerata porta ad esempio il proprio piano pastorale, strutturato su tre assi portanti: la trasmissione della fede, l’iniziazione cristiana, la nuova evangelizzazione. “Non sarà il numero dei fedeli o la potenza mondana della chiesa, ma la forza e la bellezza spirituale dei testimoni” dice la Chiesa di Ancona a testimoniare il messaggio cristiano nel mondo di oggi. Importante, secondo la diocesi di Fermo, “uno sforzo ermeneutico che aiuti la Chiesa ad interpretare in modo più efficace simboli, atteggiamenti, situazioni”. Gli ambiti. Nel campo della vita affettiva, è sentita urgente la ripresa “dell’iniziazione alla sessualità dei giovani in senso cristiano. Senza ingenuità o ambiguità occorre presentare la realtà del peccato in questo campo (in senso agostiniano) come ‘troppo poco amore’ e non come ‘male assoluto'”; i corsi di preparazione dei fidanzati al matrimonio vanno di conseguenza ripensati radicalmente.

Nell’ambito del lavoro e festa, si propone di inserire nei programmi delle parrocchie spazi di studio sulla Dottrina sociale della Chiesa, in particolare sul significato del lavoro nella società odierna e si invita la comunità cristiana a farsi carico ed essere voce della condizione della donna, della sua dignità, del suo lavoro in rapporto con la maternità e la vita familiare. Molto si insiste sul riposo, che deve essere un diritto di tutti i lavoratori, ma anche sulla responsabilità di trasformare il giorno di festa in un momento gioioso, “rivedendo liturgie, appuntamenti di comunità e momenti aggregativi”.

Sul fronte della fragilità, la relazione riconosce che occorre “essere una Chiesa più estroversa, che esce dagli ambiti consueti e ritorna ad essere missionaria”. Dato che è importante conoscere le diverse situazioni di fragilità, si propone di aprire centri d’ascolto presso le famiglie e si ipotizza di creare un osservatorio delle povertà in ogni parrocchia o tra parrocchie collegate di una stessa città o quartiere.

Molto hanno riflettuto le diocesi marchigiane sulla tradizione: si constata con preoccupazione che “un’intera generazione di adulti è entrata in crisi per quanto concerne il compito educativo: non ha la capacità né la responsabilità di educare i figli; una certa incapacità di educare alla fede si riscontra talora negli stessi gruppi parrocchiali”. La Chiesa deve incoraggiare la diffusione della catechesi familiare, coinvolgendo nell’itinerario di fede i genitori insieme ai figli, e promuovere la presenza della famiglia nei luoghi del tempo libero (in particolare l’oratorio). A livello comunitario si deve invece superare la pastorale per “settori”, puntando piuttosto ad una pastorale “complessiva”, “unitaria”.

Nell’ambito della cittadinanza, nella relazione si nota come l’educazione all’impegno sociale e politico non può essere separata dall’educazione alla fede. Si impone dunque una pastorale alla formazione socio-politica che è trasversale all’intera pastorale della Chiesa e una catechesi parrocchiale, rivolta ai giovani e agli adulti, non chiusa sui contenuti di fede. Si giudica importante intraprendere percorsi di confronto con i politici, soprattutto quelli che si professano cristiani, superando logiche di schieramento.

a cura di Simona Mengascini

(20 settembre 2006)

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