Lazio

CONTRIBUTI REGIONALI

Risveglio delle coscienze La Conferenza episcopale laziale, che ha scelto come testimone per il Convegno di Verona Lorena D’Alessandro, consta di 18 diocesi e 1.455 parrocchie. Il metodo del confronto e del discernimento ha guidato il cammino preparatorio al IV Convegno ecclesiale nazionale nelle diverse comunità ecclesiali laziali. Le modalità di lavoro hanno privilegiato soprattutto alcune priorità: aiutare le comunità ad acquisire una più forte consapevolezza della necessità della testimonianza che scaturisce dalla fede nel Cristo Risorto; accogliere e ascoltare le sfide, le sollecitazioni, le inquietudini, i dubbi, le difficoltà, ma anche l’entusiasmo e la fede di ogni credente; riflettere sulla speranza cristiana e sul suo fondamento e, parallelamente, affrontare gli specifici ambiti proposti dalla Traccia di riflessione per prendere coscienza dell’essere cristiani testimoni e missionari nel contesto storico, sociale e culturale in cui l’uomo di oggi vive.

La testimonianza. “Il mutamento dello scenario culturale italiano, che non assegna più alla Chiesa italiana quella centralità a lungo tempo ad essa riconosciuta”, è interpretato dalle Chiese laziali “nei termini positivi di una sfida che obbliga la comunità ecclesiale a ripensare se stessa e il suo modo di operare e di proporsi agli uomini e donne nostri contemporanei”. In realtà, “la consapevolezza della posta in gioco descrive, almeno nei suoi membri più consapevoli, una chiesa in movimento, disposta a modificare il proprio modo di essere ricentrando in maniera essenziale su Cristo la propria vita, conscia della lunghezza e, al tempo stesso, della necessità del cammino di rinnovamento intrapreso e da intraprendere, fiduciosa nella forza che le viene dallo Spirito e proprio per questo decisa a vivificare la dimensione comunitaria che la sostanzia”.

Perno del rinnovamento ecclesiale è individuato con decisione “nella formazione delle coscienze”; una formazione incarnata, “capace di illuminare con la luce del Vangelo le concrete esperienze della vita delle persone”; una formazione missionaria, “orientata ad intercettare la vita là dove essa si manifesta nelle forme più imprevedibili; una formazione “attenta alle sfide del tempo presente, rispetto alle quali sostenere dialogicamente motivi e metodi di un discernimento culturale personale e assieme comunitario ispirato alla speranza cristiana”. È necessario, però, anche “il rinnovamento del volto e della vita delle comunità ecclesiali” ed in particolare occorre far sì che la parrocchia diventi “la casa comune dove ognuno possa sentirsi accolto e di cui si senta allo stesso tempo responsabile”. Gli ambiti. Di fronte alla “crisi generalizzata dell’affettività, tanto nella dimensione familiare come pure in quella delle relazioni amicali”, la comunità ecclesiale “deve rimotivarsi come luogo di relazioni e affettività”. La “questione dell’affettività”, precisa il documento, non deve ridursi, in realtà, alla sola morale sessuale, diventando “così veramente centrale e tale da attraversare tutte le età e le stagioni della vita”. In quest’ambito un posto particolare lo ha senza dubbio la famiglia, da “riscoprire come luogo generativo dell’identità della persona come tale, dello scambio e della solidarietà tra generazioni e centro dell’intera società”.

L’osservazione condivisa dalle diocesi del Lazio circa i temi del lavoro e della festa è quella di una generale disattenzione della comunità ecclesiale alle questioni agitate da questi mondi e, per conseguenza, anche di una scarsa propensione all’investimento pastorale in essi. Sul fronte della festa, “le trasformazioni del mondo del lavoro stanno pian piano svuotando il significato che l’esperienza cristiana ha da sempre attribuito ad essa”. Rispetto a questo nuovo scenario “la comunità ecclesiale dovrà ripensare se stessa, fornendo alle persone esperienze di gioia e di riposo, nel corpo e nello spirito, che sappiano recuperare il valore liberante della festa sul lavoro”.

Il prendersi cura della fragilità altrui, pur richiedendo un impegno delle comunità ecclesiali, “non può tuttavia rimanere azione di surroga o supplenza di carenze istituzionali”. Per la trasmissione dell’esperienza di fede alle nuove generazioni “è urgente una decisa rivalutazione del ruolo della famiglia come ambiente della prima evangelizzazione ed introduzione entro l’esperienza ecclesiale”. Se “gesti e segni tipici del linguaggio e della simbologia cristiana non sono più eloquenti”, bisogna “risignificare luoghi e simboli del cristianesimo”, attraverso “un progetto culturale capace di assicurare la speranza ed i valori cristiani in tutti gli ambienti di vita”. Di fronte alla crisi della cittadinanza, “il singolo credente, i laici in particolare, ma anche l’intera comunità sono chiamati a farsi ed essere protagonisti di un rinnovamento della società”. Conclusioni. Dal lavoro svolto nelle diverse diocesi “emerge la pressante esigenza, per la comunità cristiana, di tornare ad essere voce profetica e concorde, capace di parlare all’uomo contemporaneo per rendere testimonianza a Cristo Risorto”.

(20 settembre 2006)

Altri articoli in Dossier

Dossier