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Sono 25 le diocesi che fanno parte della Conferenza episcopale campana (Cec), mentre sono 1.818 le parrocchie. Il testimone scelto dalla Cec per il Convegno di Verona è Giovanni Palatucci. Il cammino di preparazione in vista del Convegno ecclesiale nazionale si è inserito quasi naturalmente nella pastorale ordinaria delle diocesi. Si è registrato quasi ovunque l’assunzione del tema di Verona quale prospettiva di lettura che ha guidato la programmazione e l’azione pastorale lungo tutto l’anno. Si è verificato così un fiorire diffuso di occasioni di spiritualità e di momenti di riflessione culturale, ma anche la valorizzazione dei luoghi istituzionali di confronto e di progettazione pastorale.

La testimonianza. “Ripensare la pastorale in termini missionari”, avendo chiara “la necessità di una Chiesa che non si limiti a conservare l’esistente, che non si rassegni alla semplice erogazione di servizi, ma che sappia raggiungere la vita delle persone, sappia farsi accogliente del loro bisogno di speranza”: queste alcune indicazioni per il futuro della Chiesa campana. Si avverte anche l’urgenza “di promuovere una sempre più ampia corresponsabilità e di valorizzare appieno il ruolo dei laici”, di fare in modo che il popolo di Dio sia “autentico ‘soggetto’ della pastorale”, di testimoniare “una visione della vita sorretta da irrinunciabili valori etici”, di far conoscere la “Dottrina sociale della Chiesa”, di promuovere “la formazione di coscienze critiche che, cresciute nell’ascolto del vangelo e impastate della vita degli uomini, sappiano leggere la storia con lucidità, e con coraggio e libertà sappiano assumere in essa le proprie responsabilità”.

Si sente, quindi, “l’esigenza di assumere con decisione la progettualità come stile della pastorale, superando una certa frammentarietà”, e “il bisogno di un’evangelizzazione permanente”. È stata indicata anche la “necessità di ritornare ai mezzi poveri e all’essenzialità del Vangelo, di ridare centralità ai rapporti interpersonali e alla parrocchia”. È stata ribadita, poi, “la centralità della famiglia e la necessità di un suo pieno coinvolgimento in tutte le dinamiche ecclesiali”. Gli ambiti. Per la vita affettiva, la riflessione “è stata polarizzata dalle problematiche inerenti alla famiglia” in quanto l’educazione all’amore e all’affettività rappresenta “una sfida per la comunità ecclesiale rispetto alla quale i percorsi educativi sono ancora carenti”. In tal senso, si propone, tra l’altro, di “mirare alla formazione integrale della persona e all’educazione matura dei sentimenti”, di “favorire l’accompagnamento delle giovani coppie”, di “accompagnare le coppie cosiddette irregolari (separati, divorziati risposati, sposati solo civilmente) con proposte di fede e di vita comunitaria”.

Per il lavoro (la cui mancanza è “una piaga endemica della Campania”) e la festa, si suggerisce di “diffondere ulteriormente sul territorio regionale l’esperienza del Progetto Policoro”, di “proporre forme di cooperazione sociale”, di “proporre una ‘pastorale della domenica’”, di “astenersi dalle spese nei giorni festivi come forma di ‘disobbedienza civile’ per difendere i valori dello spirito”.

Per la fragilità, si ritiene di intervenire promuovendo “percorsi formativi che aiutino a riscoprire il limite come risorsa e la fragilità come luogo di grazia”, reinventando “le forme dell’accoglienza”, creando “punti di ascolto”, incentivando “l’attenzione al mondo dell’immigrazione”, promuovendo “lo sviluppo delle Caritas parrocchiali”.

Per la tradizione, si pensa di “promuovere una pastorale dell’accompagnamento”, di “valorizzare i percorsi formativi dell’Azione Cattolica”, di “dotarsi di mezzi di comunicazione nuovi senza disdegnare i mezzi di comunicazione di massa”.

Per la cittadinanza, si considera importante “offrire ai giovani criteri di discernimento sui valori che sono alla base dei diritti e dei doveri di ogni cittadino”, “creare un senso più forte di percezione dell’illegalità diffusa”, “garantire il sostegno della comunità a quanti esprimendone i valori vivono l’impegno diretto in politica”, “promuovere osservatori e/o laboratori che contribuiscano a creare una maggiore consapevolezza delle problematiche del territorio e sappiano porsi come interlocutori nei confronti delle Istituzioni politiche”. Conclusioni. La preparazione al Convegno in una regione come la Campania, “segnata da profonde diversità etniche, territoriali e culturali”, “ha consentito di riprendere il valore della vigilanza e dell’impegno responsabile di una realtà ecclesiale e sociale che per la sua diversità e varietà offre sempre il fianco al rischio di una ulteriore frammentazione e mancanza di dialogo nella stessa realtà ecclesiale e con la realtà civile”. Si può dire, quindi, che “il cammino di preparazione ha conservato e rispettato le differenze, ma ha ridotto le distanze tra le chiese e con la realtà sociale”.

a cura di Gigliola Alfaro

(20 settembre 2006)

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