Basilicata

CONTRIBUTI REGIONALI

Aprirsi al dono Sono sei le diocesi che fanno parte della Conferenza episcopale di Basilicata, mentre sono 268 le parrocchie. Il testimone scelto per il Convegno di Verona è Maria Marchetta. Durante il cammino di preparazione, in ogni diocesi ci si è attivati per presentare la Traccia. In seguito, in zone pastorali e parrocchie, si è proposta una presentazione più aderente alle singole realtà.

Alcuni incaricati diocesani hanno proposto un questionario alle parrocchie per facilitarne la lettura, hanno creato occasioni di dibattito o hanno riformulato le domande della Traccia per renderle più accessibili. Sono stati attivati anche corsi biblici sulla Prima Lettera di Pietro nelle zone pastorali di qualche diocesi, altre l’hanno approfondita nel corso dei ritiri di clero, di comunità religiose e di aggregazioni laicali.

Testimonianza. “Favorire le occasioni nelle quali vivere la gratuità e l’accoglienza per gettare un seme di vita nuova nel cuore del fedele”. “Aprirsi al territorio con una grande carica di umanità”. Queste alcune indicazioni per il futuro della Chiesa lucana. “Partendo da alcuni valori della cultura della Basilicata, ancora legata ad una tradizione contadina, (la tenacia, il rispetto, il senso religioso…)”, si avverte l’esigenza “di dar loro contenuti evangelici, legarli alla Parola di Dio e far scoprire il bello e l’umano che c’è nel praticarli”. Quello che “occorre” è “una maggiore formazione per prendersi a cuore l’impegno per il bene comune” “Una sfida più impegnativa, in una cultura come quella lucana, segnata comunque dall’individualismo”. In un contesto ecclesiale, dove le parrocchie “sono ancora troppo radicate in uno stile di comunità solo cultuale”, si rileva anche “il rischio di alimentare una fede che non produca cultura”. Per questo, “serve una formazione integrale della persona che faccia appassionare all’essere cristiani oggi”. Gli ambiti. Per l’ambito della vita affettiva dalla riflessione è emersa “la proposta di un recupero delle categorie della solidarietà, della compagnia, dell’unità, della comunione, dell’attenzione”. “Le attività parrocchiali devono garantire momenti di preghiera, ma anche di socializzazione, svago e sostegno psicologico a chi soffre di solitudine”. Per il lavoro, in una realtà regionale in cui ” il problema dell’occupazione ha subito pericolose tendenze negative”, si suggerisce “che il Progetto Policoro vada ancora meglio riproposto e conosciuto dagli operatori pastorali per offrire concreto sostegno ai giovani e alle famiglie”.
Per la fragilità si ritiene “importante che le famiglie si aprano di più ad una cultura dell’accoglienza che porti a segni concreti e gesti coraggiosi di condivisione e convivenza con persone in disagio”. Nell’ambito della tradizione, si ritiene che “soprattutto la famiglia e la Chiesa dovrebbero aiutare a rinnovare le forme di religiosità popolare per non farle cadere in un normale convenzionalismo”. Infine per la cittadinanza, si sottolinea la necessità “dell’esercizio della vigilanza come attenzione a quanto accade intorno, evitando la superficialità ed il disinteresse, frutti di individualismo e rassegnazione, che da sempre affliggono il popolo lucano”. Conclusioni. “E’ necessario puntare su valori quali la gratuità nei rapporti interpersonali, la capacità di resistenza, il senso di appartenenza, quella ricchezza di umanità che si esprime nell’ospitalità, nella compartecipazione, nella predisposizione al dono…”. Si conclude così la riflessione. “Saranno questi valori, frutto delle generazioni passate e presenti, a generare speranza”. “E’ vero – si rileva – che in alcune comunità della Basilicata è particolarmente faticoso testimoniare la speranza cristiana, a causa della crisi generale di nuovi posti di lavoro, della quasi assoluta mancanza di prospettiva di lavoro giovanile, e della mai rimarginata ferita della emigrazione di singoli e famiglie intere, che genera spopolamento delle aree interne e ‘fuga di cervelli'”.

Ma è anche vero, si osserva, che “sul territorio regionale vi sono significative esperienze di affiancamento e di accompagnamento a tante forme di fragilità umana che non possono non generare speranza”. Le numerose esperienze di volontariato e di servizio civile, sia di matrice laica che ecclesiale, sono alcuni degli esempi forniti. “D’altra parte – si conclude – è emersa la necessità di approfondire il livello delle relazioni tra le persone, impegnandosi con tenacia a tessere comunità intorno a progetti condivisi”. Infine si segnala che “nell’impegno pubblico, sia civile che ecclesiale, è ancora un problema aperto quello dell’impiego della ‘risorsa donna’ come soggetto attivo di cittadinanza e di laicità: la differenza di genere – si osserva -non può che rendere un servizio di complementarietà e di reciprocità nell’affrontare le varie problematiche”.

a cura di Michela Cubellis

(20 settembre 2006)

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