Domenica 2 agosto – XVIII del Tempo Ordinario

La benedizione e la pienezza

Mt 14,13-21

Nella XVIII domenica del tempo ordinario, l’evangelista Matteo narra di un Gesù che «vede» la gente che ha dinanzi, che legge cioè, oltre le maschere e le apparenze, le profondità dell’anima e scruta a fondo palpitando di compassione, di una squisita sensibilità che lo rende capace di accogliere ogni membro di quella fiumana di popolo che lo segue, e di assumerne la vita con gioie e dolori. Nel vedere la folla Gesù viene toccato così come una madre viene toccata nel vedere il figlio uscito dal suo grembo e provare per lui fremiti viscerale, segno che quella folla non è un ingombro, non è una massa indistinta, ma una comunità di figli amati che il Figlio di Dio, l’amato del Padre, porta dentro di sé e vuole custodire, covare e far nascere alla vita secondo lo stile delle beatitudini.

Mentre Gesù si attarda a contemplare la folla, i discepoli hanno fretta di lasciarla partire. Gesù vuole prendersene cura e vuole farlo tramite i suoi: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Il modo di pensare dei discepoli rivela un atteggiamento mondano secondo il quale è sempre più facile pensare che la soluzione ai problemi sia estranea al proprio campo di azione. È un deresponsabilizzarsi, una vera e propria attitudine di comfort che riposa su questo pensiero: “che gli altri se la sbrighino da soli!”.

Gesù, invece, invita a intercettare le proprie risorse personali, a uscire dall’atteggiamento pigro con cui si vuol liquidare i problemi, senza discernere le soluzioni, e a riscoprire il vero senso del mangiare: fare corpo, instaurare relazioni confidenziali, sentirsi famiglia. La mensa, in tal modo, diventa il luogo del riposo, lo spazio affettivo dove ci si rilassa, si rilegge la vita, ci si guarda negli occhi, lasciando circolare la beatitudine dell’essere popolo, dell’essere l’uno a servizio dell’altro. Attraverso il gesto della benedizione, poi, Gesù inaugura una mensa dalle caratteristiche davvero peculiari dove la sproporzione tra la “materia prima” e il prodotto finale è tale da rimandare all’abbondanza tipica del tempo messianico (cf. Sal 132,15).

La sinergia tra i discepoli che si mettono a cercare pani e pesci e la benedizione del Maestro ottiene un vero e proprio prodigio: «Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini». Tutti mangiano a sazietà, e non solo… da quella moltiplicazione avanzano diverse ceste: dodici che non è un numero casuale, ma il numero dei figli di Giacobbe, delle tribù di Israele, e degli apostoli del Signore.

Con questa moltiplicazione abbondante del dono, che deriva dall’atto di fede che il Maestro chiede ai suoi discepoli, Gesù insegna che non è importante di quanto pane si disponga, ma di quanta fede si sia capaci. È questo, infatti, che vince il mondo: la nostra fede (cf. 1Gv 5,4)!

Infine Matteo sottolinea che le ceste sono «piene» come «piena» era anche la rete che raccoglieva pesci nella parabola di Mt 13,48. Questo è rafforzato dal fatto che il testo sottolinea che mangiarono «tutti» e che tutti furono «sazi», cioè «pieni». La valenza del racconto quindi non è solo materiale ma anche cristologica: rivela che Cristo è venuto a dare compimento, pienezza, e non solo alle Scritture (cf. Mt 5,17)… Egli è venuto a rendere «piena» ogni misura di crescita e sviluppo umani (cf. Ef 4,13).