Inviati a curare
Mt 9,36 – 10,8
L’evangelista Matteo ci mostra come il Figlio di Dio, nel suo ministero pubblico, sia decisamente intento a coinvolgere nella manifestazione del regno tutto l’uomo: in primis la sua intelligenza attraverso l’insegnamento, poi il suo spirito attraverso la predicazione del Vangelo e, infine, il suo corpo attraverso la sua attività terapeutica. L’esperienza del dolore fisico e delle sofferenze interiori delle folle provoca in lui il sentimento di chi sa coinvolgersi nella situazione dell’altro e gli manifesta la sua più piena solidarietà e vicinanza. Questa prossimità può tradursi in amore mediante la compassione, quel sentimento che tocca la persona nel suo intimo.
Gesù, diversamente dagli idoli ciechi delle nazioni che, pur avendo occhi non vedono, non solo vede le folle con i suoi occhi tersi e compassionevoli, ma le “sente” dentro di sé, nelle sue viscere. Il verbo esplanchnísthe, infatti, che esprime la commozione, rimanda all’immagine dell’utero materno (ta splánchna). L’espressione «le mie viscere» veniva usata nel mondo greco-romano per indicare i propri figli. L’apostolo Paolo, per esempio, lo dice a proposito dello schiavo Onesimo da lui generato spiritualmente alla vita in Cristo (Fm 12).
Gesù si fa vicino all’uomo mostrando il suo cuore di madre, col desiderio di sottrarre gli uomini allo smarrimento che vivono le pecore quando manca il pastore (cf Zc 10,2). Egli, il pastore “bello”, cioè superlativamente pastore (cf Gv 10,11.14), si mostra desideroso di trovare amici disposti a “coltivare” la messe abbondante di tante vite bisognose di cura, attenzione, dedizione. Di qui l’invito a pregare il Padre perché mandi operai nella messe. Solo la preghiera ottiene, perché è un grido deciso, un indirizzarsi a un interlocutore presente, autentico, che sa ascoltare.
La preghiera di Gesù viene subito esaudita se, subito dopo, proprio all’inizio del capitolo successivo, egli chiama i Dodici e conferisce loro il suo stesso potere (Mt 10,1), manifestando loro piena fiducia e l’amore grande proprio di chi dà all’altro tutto ciò che è suo. Gesù dona tutto: partecipa il suo potere di guarigione e liberazione ai suoi discepoli. Si tratta della sua exousía che essi riceveranno in modo nuovo quando Gesù Risorto rivolgerà loro un nuovo invio in missione, destinato non più solo a Israele ma a tutte le nazioni (Mt 28,18). Viene introdotto così il ministero dei Dodici nella sua intima e vitale connessione e continuità con quello di Gesù. Chiamando a sé i Dodici, il Messia risponde alle necessità di Israele, registrate in Mt 9,36. Israele è un popolo di smarriti che hanno bisogno di essere guidati e curati.
Prima della lista, però, compaiono al v. 1 i due pilastri della missione dei dodici: la chiamata, che Gesù rivolge ai dodici e che è libera e gratuita, e il conferimento a loro del potere (exousía) che egli ha di scacciare i demoni e curare le malattie. Solo dopo questa specificazione, appaiono i nomi dei chiamati. Gli «operai» annunciati in Mt 9,37
sono rappresentati innanzitutto da un gruppo di dodici uomini. Questa cifra viene menzionata per ben tre volte (vv. 1.2.5) e rimanda chiaramente alle tribù di Israele che, stando a Mt 19,28, saranno giudicate proprio dai dodici apostoli di Gesù. Il termine apóstoloi ricorre solo questa volta nel primo Vangelo che solitamente preferisce parlare di mathetái («discepoli»). «Discepolo» è il nome di chi segue Gesù, è il nome di chi, come ieri i Dodici e come noi oggi, è chiamato dal Risorto a fare discepolo ogni uomo e ogni donna con cui entriamo in contatto.