Domenica 20 marzo – III di Quaresima

Sconcertante è l’attualità di questo passo del Vangelo. Viene alla memoria il Discorso alla città del card. Carlo Maria Martini, nel dicembre 2001. Dopo l’inimmaginabile tragedia delle torri gemelle, egli fece ricorso al Vangelo di Lc 13 per cercare un senso.

“In quello stesso momento (kairos)”, inizia il testo di Lc 13,1. Quale? In quel kairòs (Lc 13,1) di notizie atroci, Gesù annuncia il Vangelo della divina pazienza. Che si rispecchia con inaudita forza sul nostro qui  e adesso. Oggi, ancora una volta, siamo bombardati di notizie e di conseguenti domande.

Gesù – in questo episodio narrato solo da Luca – sembra come allo stretto, nervoso, in questo urto tra sapienze opposte di fronte a eventi inquietati, e – secondo il suo stile – crea una parabola. Per dire l’indicibile. Per provocare gli uditori a entrare nell’avvenimento.

Nel filo del racconto di Luca, Gesù aveva appena pronunciato parole forti: “Fuoco sono venuto a portare sulla terra” (Lc 12,49). Si era maturata in lui questa consapevolezza, progressivamente, attraverso le successive, incalzanti, tappe della vita: dal battesimo, al deserto, alla confessione di Simon Pietro, alla trasfigurazione incorniciata tra i due annunci della passione, ormai prossima. Ha consegnato ai suoi la forza e tenacia della preghiera. Tutta la pedagogia di Gesù converge nel creare in cuore dei discepoli la percezione che non si può vivere delegando, come in posizione di spettatori (diceva, poco prima: “questo tempo, perché non lo interpretate voi stessi?”). La sua presenza è “fuoco” dinanzi al quale non si può restare inerti, fuoco che si riflette su tutto l’umano: fuoco che brucia, pur senza distruggere – come accade anche nell’episodio di Mosè al roveto ardente (I lettura). Suscita attrazione e sacro timore. Se si cammina con lui, è necessario anche dinanzi a ogni evento dell’umano, avvicinarsi, con rispetto, lasciarsi interpellare, a proprio rischio. Il rischio della fede in Dio che parla nella storia umana. Allora, come oggi.

È in tale clima che si presentano a Gesù quei tali con notizie di cronaca che mirano al “sensazionale”. Cosa s’aspettano da Gesù? Dare notizie non è mai atto neutrale, lo vediamo anche noi in questi giorni. La risposta di Gesù è molto forte. Il senso di riportare eventi sconcertanti, non è quello di esporre altri a pietà (“poverini!”) o a giudizio (“chi è colpevole?”), ma coinvolge tutti i prima persona, in quanto esseri umani. Qui, si tratta di te. Ciò che accade agli uni è appello a conversione per tutti. Questo senso di coralità della storia a cui apparteniamo, è dimensione fondamentale delle fede cristiana. “Siamo tutti nella stessa barca”, richiamava papa Francesco nei giorni bui della pandemia,

Oggi, come in principio, alla fede si chiedono risposte. “Voglio avvicinarmi per vedere”, dice Mosè. Capita spesso che dinanzi all’imprevisto si mettano in circolazioni facili slogan. Ma Gesù scombussola l’ordine delle risposte prestabilite. “Voglio avvicinarmi”, esclama Mosè (prima lettura): sì, ma come? A piedi scalzi: è ingiunzione divina.

Dopo 40 anni nel deserto, Mosè comincia a capire che c’è un piano di Dio nella sua vita. Un roveto che brucia senza distruggere glielo rivela. E, da lontano, scalzo, comprende il mistero dell’invisibile vicinanza di Dio chino sulla miseria, partecipe della sofferenza del suo popolo.

Ha ottant’anni, ne ha viste tante e tristi, ma la sua anima è disponibile a lasciarsi invadere dallo stupore. Come un bambino. Come quei piccoli che erediteranno la terra. Lui, che sulla soglia da lontano vedrà, morente, la terra, ebbene: “Mosè rimase stupito” (At 7,31).

È un uomo vivo, Mosè, in questa ora di vocazione – anche se vecchio. Vuole capire e si avvicina. “Come mai?”. Si lascia attraversare totalmente da domande. La lunga segregazione, il deserto della vita con il gregge, non hanno seccato in lui quel vigore dell’anima che 40 anni prima l’aveva fatto immischiare nella lite tra i suoi connazionali. È uomo vivo, pur vecchio è disposto a rinascere. Si espone a un itinerario di avvicinamento che, su quell’alta montagna dell’Oreb, non è senza rischio.

Questa meraviglia chiediamo si rinnovi come dono per noi nel cuore, in questi giorni di guerra tristemente ripetitivi. La meraviglia, conversione alla fede. Leggere il giornale spinte a ricuperare il senso di fede della nostra appartenenza alla condizione umana, di tutti. Niente ci è estraneo, in ogni evento si tratta della mia umanità. E questo, nella fede alla croce di Gesù, questo incommensurabile amore, roveto ardente, che è – ormai – l’altro versante della storia.

Che senso ha tanta sofferenza, violenza che è nel mondo e continua a bersagliare – attraverso la cronaca – le nostre orecchie di gente che si dice credente? Scriveva Schlier, commentando l’Apocalisse: “Gli eventi della storia sono ‘dolori’ che, ostacolando il tentativo del mondo di chiudersi su se stesso, generano il futuro” . Sì, ma se la fede li legge, e vi si lascia coinvolgere. Nulla di umano che accade mi è estraneo. Questo vuol dire essere popolo di profeti: uno sguardo sull’avvenimento ove Dio è presenza “bruciante”, può parlarmi, perché in origine – e da allora sempre – ha parlato nella storia. E parlando mi chiama. “Convertitevi e credete al vangelo”: inizio sempre nuovo.

La parabola del fico, dunque, irrompe, quasi che Gesù l’abbia inventata per far capire ai discepoli che loro sono in gioco nell’accaduto. Sfruttare (lett. “render vana”) la terra è un atto ingiusto, che Dio non può sopportare. Nel mistero universale della vita, non basta vegetare. Vivere è portare frutto. Anche per Mosé, non poteva bastare pascolare il gregge di Ietro: bisognava darsi a quel gregge che stava così a cuore a Dio da farlo discendere, per conoscerne il dolore.

Anche i giorni cosiddetti “cattivi” devono essere indotti a portare il frutto che nascostamente portano. La fede è instancabile lotta perché ci sia frutto a tutto ciò che è umano. Gesù è dirompente nel proporre questa parabola paradossale. “Abbi pazienza!”: è la sua intercessione, l’autentica lettura dell’umana sventura, sterilità. S’interpone, con la sua opera di contadino: scavo intorno, concime. Che cosa vuole dire Gesù? Questa paziente opera di sollecitazione della terra attorno al fico sterile, di rafforzamento della fertilità, cos’è? Egli sta maturando in sé la “punta” di quella parabola che è la sua vita. Sta meditando la consegna in mano ai peccatori, il compimento di un servizio di “amore fino alla fine”: “Padre, perdona!”. Il Padre e il Figlio accomunati, e in mezzo c’è questa intercessione del Figlio, al cuore della historia salutis che è la nostra vita di uomini, quotidiana. Quel “forse, vedremo se porterà frutto”, che corrisponde a quel “conosco le sue sofferenze” della i.a lettura, è già annuncio della Pasqua.

Tutto in questi giorni converge nel chiamarci a conversione – singoli, chiesa. Assistiamo impotenti a una sorta di processo di “decreazione”. Che chiama, tutti, urgentemente, a convertirci. Conversione al Dio vivente, rivelato da Gesù. Al Dio che si china e si prende cura; al Dio paziente e misericordioso, fino all’estremo. Conversione allo stare a occhi aperti sulla storia che viviamo, non però come critici o come opinionisti. Bensì come chi si allea con Dio, nell’intercessione. Nel sentirci responsabili per ogni sventurato. Nessuno innocente. Nel lasciarci completamente attraversare da domande: “Voglio vedere questo avvenimento. … Come mai?”.

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