Domenica 26 luglio

Siamo alla fine del cap. 13 dell’evangelista Matteo, che ci ha fatto ascoltare in queste domeniche delle parabole legate alla presenza del Regno di Dio nel cuore dell’uomo.

Oggi, Gesù ci parla ancora in parabole, legate a due temi della vita spirituale: la scoperta di un tesoro (nei termini del ritrovarsi davanti ad un tesoro nascosto o della ricerca di un mercante di perle preziose, ma potremmo anche aggiungere dell’abbondanza di pesci  del pescatore) e il possesso di questo bene (che si ha anche “investendo”, ovvero vendendo tutti i propri averi per comprare).

La scoperta di un tesoro, inizialmente nascosto, è di chi non si ferma ad avere un campo bensì di chi progetta, scava, lavora questo campo fino a ritrovare il bene prezioso. E la stessa cosa è per il cercatore di perle: egli è alla ricerca di qualcosa che poi troverà. Siamo, perciò, chiamati a vivere la nostra vita non accontentandoci della superficie, bensì nella ricerca di un senso più profondo, che si lascerà trovare nella Scrittura e in Cristo, dicono i Padri.

La Scrittura e Cristo sono il tesoro della Chiesa, della vita di ogni credente, di ogni “cercatore di Dio”, tanto che una volta trovati si rinuncia alle piccole, poche cose che si hanno per qualcosa di molto più grande: avere il desiderio di Dio, è questo secondo Gregorio Magno, il modo per “comprare” il bene più prezioso. Un bel racconto dei Padri del deserto narra:

«Un giorno un discepolo andò dal suo maestro e gli disse:
“Maestro, voglio trovare Dio”.

Il maestro sorrise. E siccome faceva molto caldo, invitò il giovane ad accompagnarlo a fare un bagno nel fiume.

Il giovane si tuffò e il maestro fece altrettanto. Poi lo raggiunse e lo agguantò tenendolo a viva forza sott’acqua.

Il giovane si dibatté alcuni istanti, finché il maestro lo lasciò tornare a galla.
Quindi gli chiese che cosa avesse più desiderato mentre si trovava sott’acqua. “L’aria”, rispose il discepolo:

“Desideri Dio allo stesso modo?”, gli chiese il maestro.
“Se lo desideri così, non mancherai di trovarlo. Ma se non hai in te questa sete ardentissima, a nulla ti gioveranno i tuoi sforzi e i tuoi libri. Non potrai trovare la fede, se non la desideri come l’aria per respirare”».

L’applicazione «alla fine del mondo» rispetto a queste parabole, è che quando il credente ha trovato in Cristo il tesoro prezioso e, dunque, nel desiderio della vita eterna, egli terrà quanto c’è di buono nella sua vita, illuminato anche dalla Scrittura, e getterà via, cioè allontanerà, comincerà a discernere, a capire, ciò che è da evitare, ottenendo così, la pienezza della vita che ha scoperto già nella vita terrena e che ha desiderato attraverso la fede e l’ascolto della Scrittura.

Secondo s. Cirillo d’Alessandria questo modo di agire è una beatitudine: «Lo scriba è colui che ha messo parte per sé il tesoro della vecchia e della nuova conoscenza, acquisita dalla costante lettura della Scrittura. Perciò dice beati coloro che hanno accolto in sé l’istruzione della Legge e del Vangelo e perciò estraggono dal loro tesoro cose nuove e cose antiche».

Beato e saggio è, dunque, il credente che ha scoperto il tesoro della Scrittura e che, nell’ascolto, riesce a possedere per mezzo della fede, leggere la sua stessa vita in quella novità profonda, divina e misericordiosa che ci è stata rivelata in Cristo.

 

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