Domenica delle Palme

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Lc 22,14 – 23,56

In un momento conviviale ma saturo di sacralità, mentre Gesù esprime il suo stato d’animo profondo – “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio” – e rende così il loro incontrarsi insieme allarmato, perché si pone come l’ultimo, quando Gesù ormai consegna gli ultimi consigli, i discepoli trovano modo di discutere, di disputare fra di loro su di un argomento che lascia perplessi per la sua futilità comune ma ancora più banalizzata nel contesto: “E nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande”.
C’è di che sussultare per l’animo gretto, arrivista, rampante dei discepoli. C’è anche però di che rallegrarsi e dirsi: buon per noi, siamo in buona compagnia!
Se i discepoli così vicini al Signore, così a lungo da Lui portati a conoscenza del suo Vangelo e di Se stesso, sono così meschini, non che noi ce lo possiamo permettere ma ci sentiamo parte di quella umanità che ha proprio bisogno di essere purificata e salvata.

Gesù non rimprovera, non segna a dito. Offre invece un insegnamento positivo da incarnare, da fare proprio. L’analisi sociologica è tagliente e realista ma non si scaglia contro i “benefattori”, non li considera, vuole solo che i suoi siano diversi: “Voi però non fate così”.
Non è una requisitoria, una reprimenda, è un richiamo ad una prassi che deve ispirarsi a Lui e a quanto ha compiuto fra di loro.
Il rovesciamento è radicale e sarebbe, ovviamente, andato contro le gerarchie costituite ma è anche l’unico possibile per dirsi suoi discepoli: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve”. Questa opzione costituisce e fonda una postura che scardina i benpensanti nel presente dei discepoli ma anche nel presente di ogni discepolo che si susseguirà nel tempo. Bisogna apprendere a servire, a chinarsi sulle necessità altrui, perdere il proprio sussiego, la consapevolezza dell’appartenenza alla casta dirigente o comunque vincente. Consegnarsi ad un’altra dimensione.
Lo sguardo non rimane fissato o bloccato su di una realtà immediata e, probabilmente, ritenuta umiliante, se non fosse stata prescelta dal Signore stesso, Gesù dona ai suoi un’altra chiave di esistenza che può, posto che lo vogliano, approdare ad un futuro diverso, simile al Suo.
Perseverare con Lui significa sfociare nel Regno, sedersi alla tavola del Re e giudicare, insieme e come Lui, proprio perché servendo si è salvati e si salva.

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