Domenica 14 ottobre

2Re 5,14-17; 2Timoteo 2,8-13; Luca 17,11-19 Poniamo una domanda: si è sicuri che si sta bene solo quando si pensa di non avere nessun male? È un interrogativo tutt’altro che retorico e alquanto vero, attuale, valevole per il singolo come per la comunità. Proseguendo la riflessione con il capitolo diciassette del Vangelo di Luca Gesù si incontra con dieci lebbrosi. La lebbra costringeva al malato a vivere fuori della città; con una campanella attaccata al piedi come richiamo a stargli lontano e a non avvicinarsi. La lebbra, assieme alla vedovanza e alla sterilità, rappresentava al tempo di Gesù una sorta di non benedizione da parte di Dio. Costoro erano tenuti o lontani o in bassa considerazione. Gesù abbatte ogni forma di barriera mentale e si lascia incontrare da chi gli viene incontro. Non sta a vedere chi è, che cosa ha: lo accoglie, si relaziona con lui, lo sana e lo rimanda guarito. Ma in tale occasione ad essere guariti sono in dieci, simbolo della comunità, della pienezza, della tanta umanità che cerca Dio ma non sempre lo trova perché cerca male. Tempo fa una persona mi diceva: “Ho deciso di avvicinarmi al Signore dopo averle provate tutte, dalle cartomanti ai maghi, dagli oroscopi alla new age. Più cercavo tra queste realtà e più mi sentivo inaridire”. Tale ricerca la si può considerare la lebbra dei tempi moderni: quel cercare ciò che appaga i sensi ma non il cuore, narcotizza la mente facendo aumentare la paura una volta risvegliati. A tal proposito è significativo il racconto del Papa ai giovani a Loreto rispondendo ad una domanda di un giovane che gli chiedeva come sentire la presenza di Dio specie quando non si fa sentire e rimane in silenzio. “Sono stato in Brasile e nella Fazenda da Esperança, questa grande realtà dove i drogati vengono curati e ritrovano la speranza. In ogni cuore umano nonostante tutti i problemi che ci sono, c’è la sete di Dio e dove Dio scompare, scompare anche il sole che da luce e gioia. Questa sete di infinito che è nei nostri cuori si dimostra proprio anche nella realtà della droga: l’uomo vuole allargare lo spessore della vita, avere di più dalla vita, avere l’infinito, ma la droga è una menzogna, una truffa, perché non allarga la vita, ma distrugge la vita. Vera è la grande sete che ci parla di Dio e ci mette in cammino verso Dio, ma dobbiamo aiutarci reciprocamente. Cristo – ha detto Benedetto XVI – è venuto proprio per creare una rete di comunione nel mondo, dove tutti insieme possiamo portarci l’un l’altro e così aiutarci a trovare insieme la strada della vita e capire che i Comandamenti di Dio non sono limitazioni della nostra libertà, ma le strade che guidano verso l’altro, verso la pienezza della vita. Preghiamo il Signore perché ci aiuti a capire la sua presenza, ad essere pieni della sua Rivelazione, della sua gioia, ad aiutarci l’un l’altro nella compagnia della fede per andare avanti, e trovare sempre più con Cristo il vero volto di Dio e così la vera vita”. Tornare indietro a ringraziare è la vera guarigione. Solo se il cuore è capace di gratitudine anche la vita vivrà di essa, altrimenti rimarrà sempre malata della lebbra dell’individualismo. Ecco perché è stato posto, ad inizio di riflessione, quel particolare interrogativo. La ricerca vera e appassionata di chi ha compiuto la guarigione, vale molto di più della lebbra cancellata. Senza tale ricerca, senza quel “vedendosi guarito tornò indietro lodando Dio a gran voce” si rimane ancora lebbrosi, se non addirittura peggiori di come si era inizialmente. Nei primi passi della ripresa dell’anno pastorale guardare al cammino percorso sapendo lodare Dio per quanto ha compiuto va nella direzione del lebbroso che sa di dover tornare da Gesù perché è lì la vera guarigione. È ciò che, in termine pastorali, si chiama verifica, ben lontana dall’essere una analisi del solo “come è andata” ma del saper dire chi si è incontrato e che cosa ha compiuto – e sta compiendo – nella vita. Giacomo Ruggeri

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