Domenica 5 agosto

Qoelet 1,2; 2,21-23; Colossesi 3,1-5.9-11; Luca 12,13-21 Si invoca Dio che è l’artefice di unità perché “divenga” causa di divisione tra fratelli. Un esempio, purtroppo tra tanti, per strumentalizzare Dio stesso, la religione per fini personali e di interesse. I beni, l’interesse e il guadagno sono proprio il cuore di questa prima domenica di agosto. Nel periodo estivo, come nei tempi delle feste tradizionali, si tende a spendere per sé e per la famiglia i frutti faticosamente raccolti nel tempo del lavoro; un giusto e buon investimento purché non sia finalizzato allo spreco e tanto meno all’acquisto inutile. Ma con i tempi che si vivono e le restrizioni economiche che gravano sul bilancio familiare credo che le famiglie italiane, almeno per la stragrande maggioranza, siano ben vaccinate da questo rischio. La Bibbia ha inizio con una relazione fraterna interrotta per mezzo della morte, sempre a motivo di beni. Lungo l’excursus dell’Antico Testamento e, come vediamo nel brano di Luca, anche nel Nuovo è un rincorrersi di esempi, fatti ed episodi dove si pone al centro l’avidità, la ricerca dell’abbondanza, la rincorsa all’acquisto. Proprio in termini sociologici si parla del cittadino medio che vive, nei confronti del mercato, il cosiddetto acquisto compulsivo: esso può essere in forma normale o in forma patologica. I centri commerciali hanno ben intuito questa strana malattia che può prendere l’acquirente al punto da favorirne il suo sviluppo cercando di ben sistemare e organizzare la merce sin dalla porta d’ingresso. Solitamente ciò che serve necessariamente alla persona è ben riposto in un luogo da cercare e recarsi appositamente; tutto ciò che viene prima è solo merce che riempie gli occhi e svuota il portamonete. Gesù, come in altri casi del Vangelo, non condanna chi è ricco o chi riceve la ricchezza, ma punta il dito sul suo uso e utilizzo. Avere e disporre dei beni è una condizione che ci si può creare o trovarla già pronta; ma il possedere, l’accumulare e lo sprofondare in ciò che si è messo da parte questo rende l’uomo progressivamente pauroso e cattivo. Più si ha maggiore è il timore di rapine, scassi e furti. Quando non si ha o si ha quello che serve per vivere i timori sono minori, ma quando si subisce un furto il dispiacere è più per il valore affettivo (assieme, ovviamente, alla perdita di beni frutto di non pochi sacrifici). Il possedere e l’accumulare porta l’uomo a rimanere sempre più solo e isolato per timore di essere defraudato e la stessa amicizia di cui si accerchia è del medesimo stampo (la cronaca mondana è quotidianamente ad informarci su questo!). Ma al momento della difficoltà, del dolore e della discesa repentina della parabola economica quale atteggiamento avranno queste amicizie? Ricordate, ora, perché Gesù in un altro passo del Vangelo dice: “I poveri li avrete sempre con voi”, come a dire che la compagnia che non verrà mai meno sarà proprio costituita da chi non ha per ricordarci che il di più che ho è tolto a chi non l’ha. Capisco bene: non è facile comprendere l’economia stilata nel Vangelo ma vi posso assicurare che genera libertà e pace, senza il timore di essere preoccupati di cose berremo, mangeremo e vestiremo. In quell’espressione “anima mia hai molti beni per molti anni”, Gesù ci dice di guardarci dal riempire i vuoti della vita con i beni di uso e consumo; così vale per l’anima: crearsi un rapporto con Dio al pari dell’uomo ricco, non vivendo la fede nella logica della condivisione e della relazione ma dell’individualismo cieco – la stoltezza – e del personalismo sfrenato. Anche all’anima, dice Gesù, sarà richiesta la vita, ovvero, saranno chiesti i frutti di bene e relazione evangelica generati nel tempo della vita terrena, i veri passepartout per la vita eterna. Si torni, pertanto, a parlare con insistenza della vita eterna, un po’ messa troppo in sordina nella predicazione ordinaria. La vita eterna è la felicità eterna con Dio, rispetto alla morte eterna, l’infelicità dell’uomo solo in sé. Giacomo Ruggeri

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