IV Domenica di Avvento

Is 7,10-14; Rm 1,1-7; Mt 1,18-24

Quello che la genealogia esprime fino a Giuseppe, mostra il collegamento di Gesù alla stirpe di Davide, come era nell’attesa messianica di Israele. Il Vangelo di oggi, invece, racconta l’evento della nascita. Se il brano precedente, la genealogia, ripercorreva le tappe del cammino di Dio dentro la nostra storia, quello di oggi dice come noi entriamo nella storia di Dio. Ci viene riferito, infatti, l’annuncio dell’angelo a Giuseppe, esaltandone la partecipazione all’evento del Figlio di Dio. Gesù è il Figlio di Dio, nato dalla vergine Maria per opera e grazia dello Spirito; Giuseppe diviene consanguineo di Gesù aprendosi a un mistero molto più grande di lui e sposando Maria. Egli crede alla parola dell’angelo: la sua fede stabilisce la parentela con Dio. Così è anche per noi.

Giuseppe è degno dell’aggettivo “giusto”, perché vive nel comandamento di Dio, ben più che per il solo adempimento di ogni precetto. E questo suo esser “giusto” che aiuta Giuseppe a sciogliere il nodo venutosi a creare tra il rispetto della Legge e il suo amore per Maria. Giuseppe non l’avrebbe mai esposta, mai l’avrebbe accusata pubblicamente: da qui l’eventualità di “lasciarla andare in segreto”.

È a questo punto che Dio fa compiere a Giuseppe un nuovo passo nella fede, portandolo dal rapporto con la Parola a quello del colloquio diretto. Dio fa irruzione nel sonno agitato di Giuseppe, nel suo pensiero, rassicurandolo con le parole di un angelo. Anche Maria era stata invitata da un angelo a non aver paura. Ora è Giuseppe sotto l’ombra del mistero divino che lo sceglie per dare il nome a colui che non è suo. Giuseppe pensava di farsi indietro per discrezione e indegnità e invece ha un ruolo da protagonista: “Tu lo chiamerai Gesù”. Dare il nome è compito paterno e il nome Gesù significa “salvare”: “Dio salva” perché è l’Emmanuele (“con-noi-Dio”). Giuseppe obbedisce e prende con sé la sposa “la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù”.

Il sonno e il sogno di Giuseppe, proprio a motivo della sua obbedienza e dei suoi gesti, non mostrano la passività o peggio un atteggiamento di evasione, ma la mitezza assoluta di questo uomo davanti a Dio e la sua forza dinanzi alla propria storia. L’unicità del Dio cristiano è nel suo essere comunione, relazione di persone ed è significativo che nel Vangelo di questa domenica tutte le persone siano definite e presentate attraverso una relazione: Maria è madre di Gesù, sposa di Giuseppe; Giuseppe, figlio di Davide, è suo sposo; Maria, la sposa, partorirà un figlio che salverà il popolo di Dio dai suoi peccati. Il Dio-con-noi esalta l’unicità di ogni relazione, salvandola dall’insignificanza e dalla banalità perché mostra in ognuna la sua presenza. Anche la famiglia di Giuseppe, Maria e Gesù è unica nelle proprie relazioni. Dipende da dove guardi e ognuno dei tre è il primo, come ciascuno sa farsi ultimo degli altri.

Il sì di Giuseppe a Dio non ha suono, né contorno di parole. È il solo grande personaggio del quale nei Vangeli non c’è una sola parola. Di lui, però, non mancano le scelte coraggiose e le opere giuste. Giuseppe sa il lavoro delle mani, ma anche il viaggio con poco. Sa vegliare, ma anche proteggere riparando la famiglia lontano dall’omicidio di Erode. Sa tornare sui propri passi e ricominciare quando passa il pericolo. Di più. Giuseppe sa andare controcorrente; non ha paura di esporsi al giudizio degli altri; sa rischiare il buon nome e la reputazione. Gli bastano, per fede, quelle voci di angeli nel sonno per edificare la roccia della sua decisione: si pone davanti a Maria e la prende con sé, per non esporla; ci mette il suo e dà il nome a quel bambino che da lei nasce. C’è più figura attuale ed urgente di sposo, di padre, di uomo?

Signore, dacci di vestire gli abiti di Giuseppe, semplici e dimessi, per lavorare nell’ombra al tuo grande progetto. Dacci, o Signore, di appoggiarci al suo bastone per intraprendere il viaggio che, per le vie della nostra vita, ci conduce alla mangiatoia di Betlemme.

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