Natale del Signore

Messa della notte: Is 9,1-3.5-6; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14
Messa dell’aurora: Is 62,11-12; Tt 3,4-7; Lc 2,15-20
Messa del giorno: Is 52,7-10; Eb 1,1-6; Gv 1,1-18

Vangelo della notte e dell’aurora

L’evangelista Luca, come un regista cinematografico, fa una zoomata: dalla panoramica su “tutta la terra”, restringe l’obiettivo sul Medio Oriente (Siria), poi sulla Palestina (Galilea e Giudea), infine su Betlemme, raccogliendo fra migliaia di volti i tratti di un uomo e di una donna, Giuseppe e Maria, quasi a condensare la Storia universale nella loro piccola storia familiare. Si intuisce il disagio di questi giovani sposi a causa del viaggio e della mancanza di intimità in cui si trovano. La nascita del bambino avviene nella precarietà: c’era tanta di quella gente in quella “stanza” che Maria dovette adagiare il Bimbo nella mangiatoia degli animali.

All’affannoso movimento di folla si contrappone la statica veglia dei pastori, all’editto imperiale fatto risuonare per tutta la terra risponde il canto degli angeli in cielo, alla confusione di lingue presenti a Betlemme fa da contrasto la silenziosa notte della campagna. Siamo lontani forse solo qualche chilometro dalla piccola borgata di Giudea, molte miglia invece dalla grande Roma… siamo in un altro mondo, quello di chi – letteralmente – non conta nulla. I pastori erano senza fissa dimora, non godevano del diritto di testimonianza, spesso assimilati ai ladri. Eppure, proprio i pastori sono i primi testimoni e annunciatori del mistero della salvezza.

I pastori “furono presi da grande spavento”, perché l’uomo davanti a Dio si scopre piccolo e nudo. La “buona notizia” è il “non abbiate paura” perché Dio si è fatto vicino. La grande gioia annunciata ai pastori “è per tutto il popolo”. La gioia è “grande”, proporzionata alla paura che l’ha preceduta. “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia”. Dio dà dei “segni” all’uomo – così il segno di Caino, il segno del sangue sulle case ebree, l’arcobaleno, la circoncisione – come prova della sua presenza salvifica in mezzo al popolo. Gesù è il segno per eccellenza eppure del tutto familiare (la mangiatoia), a sottolineare che il Messia è proprio il loro re, un re-pastore. Gesù è segno eloquente solo per chi ha fede. È lo stesso principio delle parabole: comprende chi crede. Un segno debole. I pastori credono e vedono, divenendo così testimoni oculari e a loro volta “angeli”, annunciatori del mistero. “Maria da parte sua serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore”. Maria, icona dell’attenzione, è la terra fertile che accoglie e custodisce il seme della Parola.

Vangelo del giorno

Giovanni, l’apostolo prediletto. Identificato nella iconografia sacra dalla figura dell’aquila, Giovanni è l’evangelista delle altezze, delle visioni vertiginose. Il prologo del suo Vangelo, che ascoltiamo nella Messa di oggi, ne è un esempio straordinario. Il prologo contiene – ripetute volte, perché si imprimano nella memoria del cristiano – le grandi verità della fede: la preesistenza divina del Verbo, del Figlio di Dio eterno insieme al Padre; l’incarnazione del Verbo e l’adozione a figli di Dio di coloro che credono in lui. Gesù è la grande luce che ha rischiarato le tenebre che avvolgevano il mondo. Tenebre di egoismo, di violenza, di morte, di peccato. Eppure il mondo non l’ha riconosciuto. Solo alcuni hanno accettato la sua luce e l’hanno riconosciuto: questi sono chiamati figli di Dio. Come in un quadro a forti contrasti di luce e ombra, fin dal prologo Giovanni pone Gesù come pietra di inciampo, come Colui dinanzi al quale bisogna operare le scelte fondamentali della vita.

Non si può rimanere indifferenti, non schierati. Giovanni, fra la luce di Dio e le tenebre del mondo, pone la carne di Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo come noi, carne nostra. Se Dio l’ha assunta, vuol dire che ogni nostra esperienza è stata vissuta, con-divisa da Lui. Ogni povertà, debolezza, solitudine, fame, malattia. Ma anche ogni nostra gioia, consolazione, comunione, salute. Dinanzi al prologo di Giovanni possiamo sentirci come ai piedi di un massiccio altissimo, o al bordo di un abisso oceanico. Giovanni però rasserena il nostro stupore e timore perché ci mostra che il monte si è abbassato e che l’abisso è stato riempito, perché l’indicibile si è fatto parola, lo Spirito carne, Dio si è fatto uomo. Solo così per noi, uomini di carne e ossa, si è aperta la possibilità di una vita salvata, redenta, non più disperata, ma piena di senso.

“Sei tu colui che viene o attendiamo un altro?”, si chiese madre Teresa di Calcutta, guardando quelli che affollavano la sua casa: ciechi, zoppi, lebbrosi, sordi, poveri, moribondi. “Si, sei proprio tu colui che viene”. Il regno dei Cieli è qui, basta allungare la mano per toccarlo. È vicino a noi quando qualcuno lavora per il bene dell’altro, in chi prega e non si arrende alla mentalità dell’egoismo. È vicino a noi grazie a chi serve ai tavoli delle mense della Caritas, a chi porta aiuto ai barboni. È vicino a noi quando facciamo il nostro dovere e paghiamo sempre le tasse, quando sbagliamo e sappiamo chiedere scusa.

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